
Abbiamo una mente speciale e complicatissima. Abbiamo il dono di ricordare le cose più futili e dimenticarne altre importanti. Ma ci sono dei ricordi che sono come delle cicatrici. A volte dimentichiamo tutto, a volte tutto riaffiora. Basta passarsi una mano tra capelli, mentre ci si sistema al meglio davanti alla propria immagine che invecchia, per scoprire una ruga sulla fronte, una ferita che riaffiora, un dolore mai sopito. Sarà che ho la faccia piena di segni anche se non ho mai tirato un pugno, ma certi giorni me li ricordo bene.
Si nasce arrabbiati, piangenti, i nostri volti appena nati sono pieni, di curve. La fronte dei neonati è increspata come il mare in tempesta. Sembra quasi che nei primi istanti di vita, l'essere umano conservi tutti i ricordi di una esistenza precedente, ma poi bastano pochi istanti e il volto dei bimbi si distende e si rilassa, la pelle si schiarisce e ogni neonato assume il volto di un angelo e si dimentica tutto. Si cresce senza averne la coscienza, si assume un aspetto invece che un altro, il carattere è formato a sei anni.
Non abbiamo memoria di quello che accade fino a quando non si possiede la prima bici, perché? Perché la bici ci permette per la prima volta di andare oltre il proprio corpo, di viaggiare oltre le proprie capacità. Una bicicletta possiede il dono di estendere il proprio io oltre la pelle e le ossa e ognuno di noi ricorda la prima volta che ha tolto le rotelle e ha cominciato ad andare, pedalando. Non ci si ferma più, ogni giorno s'impara una cosa nuova e non sempre si apprende qualcosa viaggiando, ma cadendo. Ora se passo le mani sulle ginocchia, sento ancora le botte subite mentre si rincorreva un amico, oppure imitando un campione allo sprint, quelle cicatrici rimangono scolpite nella memoria, anche se non si riesce più a vederle, ci sono sempre e lentamente cambiano il proprio modo di camminare, di essere, di vivere. La vita poi non si ferma certo tra i raggi di una bici e cominci a rincorrere il desiderio di una moto o addirittura una macchina da corsa. L'istinto di andare più veloce c'era in tutti i ragazzi della mia età. Non esistevano piste di kart e non c'era l'esigenza di correrci, anche perché non c'era il becco di un quattrino per spese normali, figuriamoci per quelle pazze. La pazzia si poteva solo vedere in TV la Domenica pomeriggio, Riuniti in una sala da pranzo immacolata, si seguiva il Gran Premio di Formula 1. Ricordo bene l'emozione nel vedere sfrecciare le vetture, i campioni di quel tempo avevano nomi affascinanti, Reutemann, Peterson, Andretti, Lauda, Hunt e Scheckter. Poi un giorno arrivo un pilota che spacco il televisore di famiglia, entrando prepotentemente nelle case di ognuno e nelle vene di qualsiasi adolescente.
Gilles Villeneuve entrò in casa mia proprio negli anni giusti, ne avevo undici. Con gli amici costruivamo carrette che gettavamo senza freni per una discesa. Per me fu uno shock vedere un ragazzo talmente pazzo da correre sopra ogni cosa oltre ogni ostacolo, le curve non esistevano e usciva sempre incolume da incidenti pazzeschi. L'idea che mi sfiorava continuamente di Villeneuve era sempre la stessa: se guida in quel modo una Formula 1, da ragazzo, come diavolo portava la sua bici? Non sapevo nulla dell'infanzia di Villeneuve, sapevo che veniva dal freddo, immaginavo solo che avesse imparato prima a guidare una motoslitta che a pedalare. Così, con la mente ancora offuscata dalle gesta di un ragazzo canadese andavo col mio carrozzino sulla cima di una collina. Ovviamente la strada non era asfaltata, le carrette erano fatte di quello che si trovava o si rubava. Di solito montavano direttamente le ruote di quei passeggini da neonato. 
L'inglesina era la carrozzina più ricercata e molto spesso non si poteva aspettare che le mamme buttassero i loro passeggini. C'era una vera caccia nei quartieri della mia città, tant'è che molte madri erano costrette a portare i propri passeggini su per le scale per non rischiare di rimanere senza ruote. Era fine Maggio quando salì sopra quella carrettella dal telaio improbabile, fatto di tavole rubate nella notte, chiodi e corde da cantiere, gommato inglesina e la sedia di un bar come abitacolo.
Gilles Villeneuve aveva appena vinto il Gp di Montecarlo e io calai sul viso il casco che non c'era, sistemai i miei guanti invisibili e gonfio di adrenalina mi gettai per la discesa. La sensazione d'invincibilità durò il tempo di un battito di ciglia, capii che qualcosa era andato storto quando vidi parte del carrozzino che si allontanava dai miei piedi puntati sull'asse dello sterzo impazzito. Senza rendermene conto mi ritrovai oltre la strada, in mezzo a dei rovi il corpo pieno di graffi, il sorriso da ebete di chi ha appena sfiorato la vita affrontando l'impossibile e la canzone in testa "può volar" di Peter Pan. Avevo deciso, non so come o quando ma sarei andato in Formula 1. La cronaca di quei tempi era piena di piloti che finivano la propria vita oltre una curva. Villeneuve era soprannominato l'aviatore proprio perché più di una volta si era ritrovato a sorvolare i circuiti per incidenti catastrofici. L' otto Maggio del 1982 stavo guardando il tg1, la notizia arrivò verso la fine, Villeneuve oltre la pista, un immagine che ancora oggi è parte dei miei mal di testa più dolorosi, come una ferita aperta, una cicatrice alle ginocchia. Non era possibile, non ci volevo credere. Gilles per molti era un eroe e gli eroi si rialzano sempre. Invece.
Gli anni passano in fretta come le stagioni di Formula 1. Ormai il paragone era sempre quello, ad ogni sorpasso si diceva sempre "se c'era Villeneuve avrebbe fatto meglio". Rosberg non mi piaceva, Prost era una noia, per fortuna che c'era Piquet, ma solo per le interviste. Gli italiani, lasciamo stare. Era tutto normale, tutto catalogato. Al punto che non c'era più la voglia di seguire le gare, tranne Montecarlo e la pioggia, ovviamente.
Dal diluvio del 1984 esce un pilota a dir poco straordinario, un genio dell'impossibile. E per me l'impossibile era Villeneuve. Senna traccia la fine della vecchia formula 1 e la nuova era dei motori, e lo fa a bordo di una Toleman, mica su una Ferrari. Senna cambia il modo di affrontare le curve, cambia l'approccio con i tecnici ai box, anche le interviste vengono stravolte dalla presenza di Senna. Sognavo un giorno di poterlo incontrare, lui comincia a vincere dovunque, pole position impossibili e sorpassi indimenticabili. La Lotus nera diventa una Icona nelle sue mani.
E poi arrivano i mondiali con la Mclaren e le sfide sempre più accecanti con Prost. Io intanto vengo assunto in Rai, sfioro più volte il sogno di seguire la Formula 1 nel 1991 ma ancora non è il momento. Intanto in Belgio esordisce un giovane tedesco, Michael Schumacher. Sinceramente non mi piace, è velocissimo e va bene, ma il mio idolo è Senna. il 92 e 93 è un anno del cavolo, le vetture sono tremendamente complicate, l'elettronica fa da padrone, vince il mondiale prima Mansell e poi l'odiato Prost che beffa Senna grazie ad una Williams che assomiglia più ad un androide con le ruote, che ad una vettura da corsa.
Nel 1994 mi ritrovo a fare il tecnico per la Testata Sportiva ma in sede a Saxa Rubra. Senna corre con la Williams che però non è più zeppa di congegni elettronici. La vettura da battere è la Benetton di Michael Schumacher che vince i primi 2 Gran Premi della stagione. Arriva il Gp di Imola, c'è l'idea di mandarmi sul posto, ma alla fine mi tengono a Roma per la solita routine, che rabbia. Il Venerdi è già caos, Barrichello rischia la vita saltando su un cordolo. Il Sabato è drammatico, Ratzenberger perde un pezzo della propria auto lungo il rettilineo che porta alla curva della Tosa. L'impatto è violentissimo non c'è niente da fare, muore sul colpo. La Domenica vado a mensa presto per seguire il Gran Premio in diretta: La partenza è drammatica, Pedro Lami centra la vettura di JJ Leto ferma al via, c'è la safety car, feriti in tribuna per una gomma impazzita, mi domando, cos'altro può accadere? C'è la ripartenza, Senna è primo Schumacher secondo, la regia decide di seguire l'arrivo al Tamburello dal cameracar del tedesco. C'è una scintilla prima della curva, la macchina di Senna scarta verso destra, io non ci credo, l'inquadratura successiva è pezzi d'auto che volano via e la macchina di Ayrton che rimbalza verso la pista. Tutto il resto è una attesa segnata.
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