martedì 1 dicembre 2015

Come l'Everest





Come l'Everest



20 Settembre 
Diario di viaggio. Sono mesi che aspetto qui al Campo Base. Non avrei mai creduto di dover affrontare quest'avventura, mi guardo intorno e  vedo solo personale inesperto per l'alta montagna. Nessuno è pronto per salire in quota, nemmeno il Capo Missione: troppo vecchio, troppe salite. È lui che ha diretto tutte le missioni in precedenza. ma ha la tosse e si muove a malapena. Non credo che possiamo arrivare in cima.

21 Settembre
Il giorno del mio compleanno arrivano gli auguri da tutte le parti ma io ho poco da festeggiare, ho solo bisogno di sapere quando potrò iniziare la salita. Io e il Capo Missione siamo andati di nuovo alla Tenda Rossa ma non ci dicono quando potremmo affrontare l'Everest.


22 Settembre 
Il Capo Missione sta male, non si muove bene, continua a sorridere ma è solo per non farmi sentire peggio di come sto adesso. Gli altri della spedizione sono agitatti, cominciano a dubitare che la strada verso l'Everest sia quella giusta, non hanno fiducia di chi decide alla Tenda Rossa, mi sento l'unico ad essere lucido, ho già in mente cosa fare
e dove passare, ma vedo chiaramente che nessuno mi ascolta.

23 Settembre
Il Capo Missione ha dei forti dolori alla schiena, terzo giorno di visite alla Tenda Rossa ma non c'e nessuna novità eppure niente è già come ieri, andiamo incontro a delle perturbazioni e in questi casi se non si è uniti nelle decisioni si rischia di fallire, provare a scalare l'Everest in queste condizioni è pericoloso, si rischia di   abbandonare la scalata dopo poche ore dall'inizio della salita.


24 Settembre 
Sono andato alla Tenda Rossa, questa volta da solo.  Ho in mano un foglietto con delle note incomprensibili scritte non certo dal Capo Missione. Tutti vogliono sapere quando partiremo ma il tempo ancora per una data certa non c'è.  Alla Tenda Rossa sembra che perdano tempo e basta, c'è un mucchio di gente fuori ad aspettare, ogni tanto esce qualche persona con in mano il foglio che autorizza la salita, mentre passano davanti ai miei occhi, incrocio i loro e mi rendo conto che nessuno di quei vecchi corpi abbandonati da Dio, tornerà al campo base.

25 Settembre 
Oggi ero intenzionato a dire tutto quello che penso al Capo Missione ma poi ho di nuovo rinunciato, sono un codardo. Avevo voglia di dirgli che mi sento solo e ho paura ad affrontare l'Everest in queste condizioni. Ho già fallito una volta la scalata, era il 2007 l'inverno era alle porte, ero io che guidavo la squadra e il Capo Missione di allora credeva ciecamente in tutto quello che facevo. Ci siamo aggrovigliati più volte nei crepacci siamo caduti e siamo risaliti insieme... Avrei bisogno di una squadra come quella, penso oggi, avrei bisogno di quelle corde tese e sicure, ma oggi è tutto diverso e non ho più la forza per andare avanti. Ho mal di testa e non ho notizie dalla Tenda Rossa.

26 Settembre
Cominciano i primi sintomi di sbandamento del gruppo alcuni provano a disegnare nuove vie ma il tratto è incerto e si vede benissimo che porta al crepaccio più vicino. Ho bisogno di un posto caldo. Non ho voglia di parlare con nessuno.


27 Settembre
Non riesco a respirare, ho fatto tutta la notte accanto al capo missione che lamenta dolori fortissimi ma non rinuncia all'idea di poter arrivare in cima, è ancora forte la speranza di compiere la sua impresa più estrema. Il Capo Missione non parla quasi mai, si comporta come un vecchio indiano che nella confusione di tutti, detta sempre le sue verità: "Si può sempre arrivare in vetta passando per la via più impervia. Non esiste cresta affilata, dente roccioso o fessura cieca che non si possa superare" ripeteva sempre. Gli occhi, i suoi bellissimi occhi, mi hanno sempre dato una grande convinzione che tutto è possibile. I suoi occhi adesso, ancora più di prima, suggeriscono questo, anche adesso, ma il suo corpo parla d'altro.


28 Settembre
Continuo a non capire qual'è lo scopo della nostra avventura, non capisco se l'obbiettivo è arrivare in cima soffrendo tutti insieme o sedare le sofferenze di uno per alleviare le nostre. Sono giorni ormai che non dormo. Trascino me stesso dal Campo Base alla Tenda Rossa in continuazione. Sono obbligato pure a frequentare posti assurdi, compro materiale improbabile sapendo che poi non verrà nemmeno preso in considerazione dagli altri alpinisti del Campo Base. Sopravvivo ormai con gli antidolorifici, la pioggia non bagna il mio volto più di quanto lo è già.

29 Settembre
Ho in mano il foglio di via: ho strappato un appuntamento con uno dei capi della Tenda Rossa.  Sono intenzionato ad andare avanti a costo di travolgere tutto e tutti. Il Capo Missione ha perso di colpo tutti i denti, ha gli occhi chiusi e ragiona poco, ha sempre freddo alle gambe e comincia a rifiutare qualsiasi cura. Non si può andare avanti in questo modo e chiaro a tutti tranne a chi deve iniziare con me la salita.



30 Settembre
La Tenda Rossa ha dato il nulla osta,  finalmente si sale a quota Everest. Il termine della missione è fissato nei prossimi due mesi, non oltre la data di firma delle carte: primo Dicembre 2015 è questa la data oltre la quale ho appeso le mie speranze di arrivare in cima tutti insieme. La mia unica convinzione è questa: si parte subito, ci si lega in cordata doppia, si affrontano i crepaci e le asperità fino alla vetta. Se siamo uniti possiamo farcela. Arrivo al campo base ma nessuno mi ascolta. Appena do la notizia tutti entrano nel panico, c'è chi butta piccozze e corde giù nella scarpata, mi sento perso eppure c'è sempre qualcuno che legge come me, la via più giusta, ma gli altri non ci ascoltano, non l'hanno mai fatto. Del gruppo che dovrebbe affrontare l'Everest a pensarla come me sono solo altre tre persone o poco più, affido a loro tutti i miei dubbi e la mia rabbia, solo loro sanno cosa sto soffrendo mentre il Capo Missione è ormai assente, non ha più gli occhi che si specchiano nei miei. Decido di fare la notte al suo fianco

1 Ottobre
E' stata una notte difficile ma anche positiva. Sono stato accovacciato vicino al Capo Missione e ho continuato a parlargli senza interruzione. Ho passato tutto il tempo massaggiando la sua schiena facendo pressione su un punto in particolare. La spedizione è al completo sono arrivate nuove attrezzature: una imbragatura per il sostegno alla schiena e un carrello sollevatore, ma il capo non è più molto presente.

2 Ottobre
La situazione si fa irritante. Il Capo Missione è a letto, non riesce ad esprimersi, continua a gridare dei "NO" lancinanti, non è chiaro se è perché ci si muove a rilento o perché lentamente stiamo viaggiando dritti verso il dirupo più vicino; proprio quando le mie speranze di vederlo in vetta si fanno sempre più piccole decido di provare a scuotere il Capo Missione raccontandogli del nostro recente passato. Lo spunto è proprio venuto toccandogli la schiena, mi è tornato alla mente quando a causa di una rovinosa caduta mi trovavo in ospedale. Lui venne subito a trovarmi e siccome ero tutto pieno di ferite, decise di massaggiarmi le uniche parti esenti da graffi, punti e contusioni: i miei piedi. Sentivo dolore ovunque e lui mi stava facendo un solletico insopportabile alle  gambe, eppure lo lasciai proseguire. Pensavo che non stesse ascoltando mentre  raccontavo tutto questo e invece ho visto che il capo sorrideva. Mi sto illudendo ma che bello ogni tanto fingere di star bene.

3 Ottobre 
Alcuni alpinisti cominciano a manifestare forti dubbi sulle direttive delineate dal personale della Tenda Rossa. I più anziani del gruppo hanno chiamato un esperto ma io vengo a saperlo solo dopo che, questa specie di guru delle scalate, ha fatto visita al nostro Capo Missione. Sono arrabbiato ho voglia di mollare tutto. L'esperto si rivela per quello che è: un risolutore spietato. Non sa nulla di viaggi in alta quota ma disegna una nuova strada che secondo lui permette di evitare la neve e il freddo pungente. Faccio notare agli alpinisti anziani che già ci sono passato per quella via e che alla fine ho perso una persona cara facendo quella stessa strada ma nessuno mi ascolta, tranne i soliti tre amici dagli occhi azzurri.

4 Ottobre
Sono disperato, passo la notte fumando di nascosto e pregando in silenzio. Al campo base c'è un via vai di gente sconosciuta che si accalca all'ingresso della tenda del Capo Missione, c'è un forte odore di acido e fumo, il solito odore sgradevole che cancella tutti i vecchi sapori e sorrisi di un tempo. Il Capo Missione è riverso sempre sul fianco sinistro,  la luce illumina il suo volto assente i zigomi scavati, le labbra inghiottite da un respiro profondo.  Ho bisogno di bere qualcosa.


5 ottobre
E' arrivato al campo base un aereo, un velivolo da cinque posti diretto sulle rive del Mar Nero. Tutti mi dicono di non preoccuparmi e di prendere quell'aereo per Sochi senza rimpianti, che il Capo Missione sarebbe migliorato e al mio ritorno avremmo ripreso la salita verso l'Everest. L'aria è rarefatta e il sole squarcia le nuvole al tramonto. Devo prendere una decisione prima di andare a dormire ma c'è l'ennesima riunione al Campo Base, "bisogna chiarire". I toni della discussione si fanno gelidi più dell'aria che respiro a fatica, tento di incrociare gli sguardi degli altri ma tutti scappano ai miei occhi pieni di rabbia.  La discussione è stucchevole mi assento giusto pochi minuti e vado a rifugiarmi nella tenda del Capo Missione. E' lì disteso sulla schiena, le mani incrociate sul petto. Il  respiro, il suo respiro è come un vecchio mantice bucato, conosco bene quel respiro. Provo a svegliarlo, gli do un pizzicotto sulla mano sinistra, lui apre gli occhi ma vedo chiaramente che è solo un impulso di riflesso. Il suo volto dice tutto nella sua particolare assenza, le pupille sono dilatate e le orbite cercano contemporaneamente e astrattamente due punti della stanza. Siamo alla fine del viaggio, ho freddo e riprendo il mio ruolo di comparsa nella riunione poco distante. Il tema è sempre l'Everest c'è chi dice di tornare indietro e di prendere la vecchia strada, faccio notare che la via è impraticabile: il troppo fango e la neve bloccano la via del ritorno, il bivio da cui ci siamo allontanati è troppo distante. Il tavolo è rotondo, ma non suggerisce soluzioni "realmente" sagge, al mio fianco c'è chi protesta perché si sente poco sostenuto sulle scelte ormai fatte ed io non ho voglia di ascoltare nessuno di loro tranne due persone bionde presenti. Una di esse si siede e si alza continuamente ha gli occhi azzurri e le sopracciglia finemente arrotondate ma decise e argute. Quando ero ragazzo avevo un po' paura di quell'esperto  capo cordata, si divertiva sempre a farmi degli scherzi assurdi, mi stimolava sempre a farmi perdere il controllo. Mai avrei pensato a quel tempo che quegli occhi azzurri e scavati diventassero il mio rifugio e la mia tranquillità in vecchiaia oggi. Il capo cordata ha portato suo figlio un dottore bello come il sole d'Agosto. Ha gli stessi occhi azzurri ma ha un modo di chiuderli totalmente differente. Calmo e armonioso come il battito delle sue ciglia, illustra la situazione con pacatezza,  cerca di ricucire le corde sfilacciate che sostengono il campo base ma fa capire chiaramente che non è in discussione la sorte ormai  segnata del Capo Missione ma il futuro della spedizione, il nostro futuro. C'è chi abbandona il tavolo, chi tenta di far capire la propria strada, ma quello che sfugge a molti dei presenti è l'errore alla base di tutto: non si può affrontare l'Everest se non si è deciso unanimemente la strada da percorrere. Sono disgustato dalle parole inutili di qualche giovane alpinista e mi accorgo che come al solito manca sempre qualcuno nel momento del bisogno, è sempre stato così. Decido di non fare la notte al campo base,  alle 7:00 ho la partenza del mio volo per il Mar Nero ma so già che domani rimarrò inchiodato mani e piedi alla base di questa montagna.

6 Ottobre
Non riesco a dormire, lo sguardo assente del capo missione mi perseguita, provo a sfogliare un libro di Grossman che è sempre vicino al mio letto. Le pagine scorrono più veloci della notte, ho già letto quel libro cento volte. Ogni tanto lo sguardo fugge dalle pagine e precipita sotto la luce fioca della lanterna, il telefono satellitare e lì pronto a squillare. L'unica domanda che mi sto ponendo e a che ora suonerà per darmi il colpo di grazia?
Sono le quattro di mattina fa freddo e consumo le ultime pagine del libro in attesa dell'inutile sveglia pronta a suonare mezz'ora dopo. Guardo di nuovo sotto la lanterna, il telefono non squilla ma ero certo che sarebbe accaduto! Non posso partire con lo zaino pieno di rimorsi, non posso scappare in questo modo. Mi alzo e aspetto ancora un poco guardando fisso il telefono. Sono le 4:17 il libro è finito e mi commuovo un altra volta pensando a quanto amore avesse Grossman per il suo Cerbiatto smarrito. Quant'è l'amore di un padre per il proprio figlio? Provo ad immaginare il mio amore e il suo e mi accorgo che non c'è misura che possa contenerli entrambi.
Alle quattro e diciotto di mattina squilla il telefono, appena lo porto all'orecchio sento il vuoto che anticipa la notizia e già sono in strada verso il Campo Base. Arrivo al capezzale del Capo Missione, ho il volto devastato dal pianto e non riesco a trattenermi. Il grande capo è lì disteso al freddo di un alba ancora troppo lontana. Mi avvicino e lo abbraccio forte cercando di preservare quel suo tepore che di li a poco sparirà. Lo bacio sulla fronte ancora umida ed è come bere dalla fontana della vita per l'ultima volta, la stessa da cui mi sono dissetato fin dal primo respiro.
Sono le sette di mattina, l'aereo per Sochi e appena decollato ed io sono qui fermo al Campo Base. Sono passati solo sei giorni da quando la tenda rossa ha dato il via libera per la scalata all'Everest ed io sto mettendo l'ennesima croce sull'ennesimo mio fallimento, il più grande di tutti. Chiudo questo diario sapendo poi di doverlo riaprire prima o poi perché l'Everest è sempre lì pronto a sfidarmi un altra volta.

1 Dicembre
Il termine tecnico della missione scade oggi: due mesi e poco più, questo è il giorno per cui avrei lottato e messo tutta la mia vita in mano a chiunque pur di arrivarci insieme al mio Capo Missione. Oggi mi vengono in mente tutte le cose, belle e brutte, tutti gli errori e le delusioni, ma anche i sorrisi. Ho sempre stimato il Capo Missione anche se lui ha sempre preferito ascoltare prima i consigli degli altri alpinisti. Forse era cosciente che in questo modo avrei sofferto più io degli altri e forse sapeva più di tutti che io avrei potuto sostenere meglio di tutti il peso della sconfitta. Negli anni ho sempre trovato il modo per ricominciare a scalare le montagne che mi si presentano davanti, da solo, sono abituato, è il mio lavoro. Forse ora capisco che l'unica strada da percorrere era proprio quella sbagliata: la loro. Il Capo Missione aveva ancora una volta previsto tutto: era chiaro a tutti e due che non avremmo mai raggiunto la vetta ma entrambi sapevamo che sarebbe stato bellissimo guardare l'Everest al sole di Dicembre. 

giovedì 8 ottobre 2015

Ciao mamma.

Tra i ricordi più dolci di mia madre, proprio adesso, un giorno di tanti anni fa.

Ero alle elementari o giù di lì e il mio amico Roberto si presentò a scuola con un cappotto bellissimo, era uno stile Montgomery di lana robusta blu fuori e morbido manto bianco dentro. Era Ottobre, la scuola era iniziata da poco e molti compagni di classe cominciarono nei giorni seguenti a venire tutti con sopra le spalle un bel Montgomery di caldo panno blu. Mamma vide subito quanto ero attratto dall'idea di averne uno anch'io, era di moda, così si diceva. Sicuramente sarà capitato anche a lei di vederne un mucchio di cappotti blu col cappuccio a punta, entrare ed uscire dal negozio di mio zio dove lavorava come commessa. Un giorno mentre mangiavamo mi disse che saremmo andati a Roma presto perché voleva assolutamente che a Natale ricevessi il mio Montgomery per regalo. Era bello andare a Roma con mamma, si partiva col pullman di linea di colore celeste scuro tendente al nero fuliggine nella parte posteriore, il diesel di una volta sporcava anche le mutande.
La fermata era vicino ad un distributore di benzina, sempre la stessa; era la casa che cambiava in continuazione, non so proprio quante volte abbiamo dovuto cambiare casa rimanendo però sempre vicino a quella fermata. Ho sempre sofferto il mal d'auto e non ho mai capito perché il pullman invece, non mi facesse nessun effetto - mi dava una sorta di euforia, vedere tutte quelle persone pressate come sardine dondolanti -  ed io con vicino mamma, a pesca di cappotti blu stile Montgomery.
Si scendeva sempre al capolinea, poi a piedi subito a destra si arrivava ad una piazza rotonda coi palazzi che tendevano anch'essi ad avvolgersi in cerchio su di essa. Il cancello di Armanda, l'amica di sempre di mia madre, era nero, austero, alto e robusto. Al campanello rispondeva sempre con quell'intercalare tipico di chi ha vissuto a Spoleto tanto di quel tempo da non liberarsene mai. Spoleto è la città dove sono nato e mamma diventava più umbra del solito nel parlare con la sua amica. Mentre abbracciava Armanda, uscivano termini più simili ad un linguaggio tribale che ad una conversazione normale, tutto finiva con la lettera U: lu centru, lu negoziu, lu cappottu blu, lu caffè però macchiatu .... ed io pure, in quei momenti diventavo "LU BELLU BARDASCITTU" il bel ragazzino tradotto.
Dopo essere scesi per strada si andava al centro per vedere i negozi di alta moda. Mamma e Armanda mi facevano provare sempre un mare di vestiti che però puntualmente non compravamo mai: troppo cari. Si finiva sempre in sartoria dopo che ogni modello, visto e misurato al millimetro, era nella testa di mamma. La mia mamma era una sarta eccezionale,  ha lavorato per tanti anni dietro le quinte dei teatri di Spoleto era come un grande artista che vive però dietro le quinte, mi ricorda qualcuno che conosco bene.
Primo intoppo, la stoffa di panno blu era finita, era rimasta solo una bobina di colore verde malinconico, quasi come il mio volto. C'era poco da perdere tempo, il Natale era alle porte. Il panno interno però era morbidissimo e i bottoni che aveva scelto Armanda erano color legno anzi ripensandoci erano proprio di legno! O forse no? Forse no. La giornata non era ancora finita si tornava sempre sulla piazza rotonda per un caffè fatto con la "Napoletana" di Armanda. Al rito partecipava sempre un uomo stempiato, sinceramente non ricordo se fosse il marito, un conoscente o semplicemente un vicino di casa. Mi vide particolarmente provato per aver indossato mille modelli e di non averne poi portato a casa nessuno, tranne ovviamente quello bruttino e spinoso con cui ero venuto. Il signore dagli straccali, la camicia e gli occhiali prese una sedia e l'accosto ad una parete di libri infinita, salendo ne scelse uno di colore giallo scuro dai bordi marroncino chiaro. Il piccolo libro era richiuso in una specie di cofanetto, per leggerlo bisognava sfilarlo dal suo involucro. L'uomo gentile e misterioso mi disse che era un libro per ragazzi ma che anche gli adulti avrebbero dovuto leggere. Un vecchio libro di racconti indiani dal nome bellicoso :"Sul Sentiero di Guerra". Tra me e me pensavo "oddio speriamo che non sia il solito libro di avventure tipo quelli di Salgari perché ne ho piena la libreria e anche le palle".
Ringraziai comunque il signore per il dono anche perché a vederlo quel libro era bellissimo, pieno di disegni a mano di eroi Sioux e Apache, con i volti rugosi di capi indiani e nessun cowboy! Nessuno (ho sempre tifato per gli indiani).
Saliti sul pulman di ritorno verso casa, chiesi a mamma di darmi il libro, lo volevo leggere un po. Era tremendamente difficile farlo uscire dal cofanetto forzai quel tanto che bastò a romperne un pezzo, che nervi.  Mamma osservava in silenzio, quando incontrai il suo sguardo mi disse candidamente "non ti arrabbiare, non fa niente". Tornati a casa i giorni passavano con mamma sempre a lavoro. La sera ogni tanto tirava fuori quel panno verde, il Natale era un ricordo passato, troppa la fatica e troppo pochi i soldi per il mio Montgomery color verde desiderio svanito.
Dopo tanti anni, scrutando negli armadi ho rivisto quel panno verde con morbida lana bianca intorno. Era già rifinito in alcune parti ma ovviamente erano passati anni, decenni. Mamma si arrabbiava molto quando non riusciva a portare a termine le sue cose, quando mi vide frugare nella sua roba si rammaricò per  il suo lavoro mai finito, io le dissi subito "non ti arrabbiare non fa niente" Scoppiammo a ridere. Poi come tutte le cose il mio Monco-Gomery è finito in qualche cassetto dimenticato da Dio e da tutti come del resto il libro sugli indiani di Charles Hamilton così si chiamava l'autore.
Pochi giorni fa mentre tutte le certezze di una vita si sbriciolavano di fronte alla malattia di mia madre, sono venuti dei parenti da Tarquinia: Tiziano, con suo figlio Carlos, bellissimo, moro, un po magrolino ma giusto per essere una saetta tra i tavoli e le sedie. Mamma pur se provata fortemente dalla malattia staccava sorrisi per tutti. Nell'entusiasmo del momento mio fratello prese da qualche parte, ancora non ho capito dove, un libro di colore giallo appassito dai bordi marroni e lo porse come dono a Carlos. In quell'istante, magnifico, è stato come tornare indietro nel tempo. Carlos ero io che ricevevo in dono un libro di storie d'indiani e niente cowboy. Chiesi per un istante di poterlo di nuovo sfogliare, nel tiralo fuori venne subito giù quel pezzo del libro rotto 40 anni prima. Massimo, mio fratello, butto giù una dedica per Carlos, la cosa mi diede un po fastidio ma nessuno riusci a capire il mio cambio d'umore. Col tempo ho imparato anche a mentire, a nascondere i miei veri sentimenti a dire qualche piccola bugia, altre volte ho inghiottito rabbia dentro di me per aver mentito spudoratamente a mia madre e per questo mi maledirò per il resto della mia vita.  Ma mamma sapeva sempre quello che provavo, riusciva sempre a carpire la verità, anche se era nascosta dietro alla bugia più grande e dolorosa che ricordo di averle detto. Pur non avendo le forze nemmeno per star dritta in quell'istante mentre restituivo a Carlos il suo libro, mamma Ovidia mi guardò teneramente e ridendo mi disse "non ti arrabbiare, non fa niente".


CIAO mamma