Tra i ricordi più dolci di mia madre, proprio adesso, un giorno di tanti anni fa.
Ero alle elementari o giù di lì e il mio amico Roberto si presentò a scuola con un cappotto bellissimo, era uno stile Montgomery di lana robusta blu fuori e morbido manto bianco dentro. Era Ottobre, la scuola era iniziata da poco e molti compagni di classe cominciarono nei giorni seguenti a venire tutti con sopra le spalle un bel Montgomery di caldo panno blu. Mamma vide subito quanto ero attratto dall'idea di averne uno anch'io, era di moda, così si diceva. Sicuramente sarà capitato anche a lei di vederne un mucchio di cappotti blu col cappuccio a punta, entrare ed uscire dal negozio di mio zio dove lavorava come commessa. Un giorno mentre mangiavamo mi disse che saremmo andati a Roma presto perché voleva assolutamente che a Natale ricevessi il mio Montgomery per regalo. Era bello andare a Roma con mamma, si partiva col pullman di linea di colore celeste scuro tendente al nero fuliggine nella parte posteriore, il diesel di una volta sporcava anche le mutande.
La fermata era vicino ad un distributore di benzina, sempre la stessa; era la casa che cambiava in continuazione, non so proprio quante volte abbiamo dovuto cambiare casa rimanendo però sempre vicino a quella fermata. Ho sempre sofferto il mal d'auto e non ho mai capito perché il pullman invece, non mi facesse nessun effetto - mi dava una sorta di euforia, vedere tutte quelle persone pressate come sardine dondolanti - ed io con vicino mamma, a pesca di cappotti blu stile Montgomery.
Si scendeva sempre al capolinea, poi a piedi subito a destra si arrivava ad una piazza rotonda coi palazzi che tendevano anch'essi ad avvolgersi in cerchio su di essa. Il cancello di Armanda, l'amica di sempre di mia madre, era nero, austero, alto e robusto. Al campanello rispondeva sempre con quell'intercalare tipico di chi ha vissuto a Spoleto tanto di quel tempo da non liberarsene mai. Spoleto è la città dove sono nato e mamma diventava più umbra del solito nel parlare con la sua amica. Mentre abbracciava Armanda, uscivano termini più simili ad un linguaggio tribale che ad una conversazione normale, tutto finiva con la lettera U: lu centru, lu negoziu, lu cappottu blu, lu caffè però macchiatu .... ed io pure, in quei momenti diventavo "LU BELLU BARDASCITTU" il bel ragazzino tradotto.
Dopo essere scesi per strada si andava al centro per vedere i negozi di alta moda. Mamma e Armanda mi facevano provare sempre un mare di vestiti che però puntualmente non compravamo mai: troppo cari. Si finiva sempre in sartoria dopo che ogni modello, visto e misurato al millimetro, era nella testa di mamma. La mia mamma era una sarta eccezionale, ha lavorato per tanti anni dietro le quinte dei teatri di Spoleto era come un grande artista che vive però dietro le quinte, mi ricorda qualcuno che conosco bene.
Primo intoppo, la stoffa di panno blu era finita, era rimasta solo una bobina di colore verde malinconico, quasi come il mio volto. C'era poco da perdere tempo, il Natale era alle porte. Il panno interno però era morbidissimo e i bottoni che aveva scelto Armanda erano color legno anzi ripensandoci erano proprio di legno! O forse no? Forse no. La giornata non era ancora finita si tornava sempre sulla piazza rotonda per un caffè fatto con la "Napoletana" di Armanda. Al rito partecipava sempre un uomo stempiato, sinceramente non ricordo se fosse il marito, un conoscente o semplicemente un vicino di casa. Mi vide particolarmente provato per aver indossato mille modelli e di non averne poi portato a casa nessuno, tranne ovviamente quello bruttino e spinoso con cui ero venuto. Il signore dagli straccali, la camicia e gli occhiali prese una sedia e l'accosto ad una parete di libri infinita, salendo ne scelse uno di colore giallo scuro dai bordi marroncino chiaro. Il piccolo libro era richiuso in una specie di cofanetto, per leggerlo bisognava sfilarlo dal suo involucro. L'uomo gentile e misterioso mi disse che era un libro per ragazzi ma che anche gli adulti avrebbero dovuto leggere. Un vecchio libro di racconti indiani dal nome bellicoso :"Sul Sentiero di Guerra". Tra me e me pensavo "oddio speriamo che non sia il solito libro di avventure tipo quelli di Salgari perché ne ho piena la libreria e anche le palle".
Ringraziai comunque il signore per il dono anche perché a vederlo quel libro era bellissimo, pieno di disegni a mano di eroi Sioux e Apache, con i volti rugosi di capi indiani e nessun cowboy! Nessuno (ho sempre tifato per gli indiani).
Saliti sul pulman di ritorno verso casa, chiesi a mamma di darmi il libro, lo volevo leggere un po. Era tremendamente difficile farlo uscire dal cofanetto forzai quel tanto che bastò a romperne un pezzo, che nervi. Mamma osservava in silenzio, quando incontrai il suo sguardo mi disse candidamente "non ti arrabbiare, non fa niente". Tornati a casa i giorni passavano con mamma sempre a lavoro. La sera ogni tanto tirava fuori quel panno verde, il Natale era un ricordo passato, troppa la fatica e troppo pochi i soldi per il mio Montgomery color verde desiderio svanito.
Dopo tanti anni, scrutando negli armadi ho rivisto quel panno verde con morbida lana bianca intorno. Era già rifinito in alcune parti ma ovviamente erano passati anni, decenni. Mamma si arrabbiava molto quando non riusciva a portare a termine le sue cose, quando mi vide frugare nella sua roba si rammaricò per il suo lavoro mai finito, io le dissi subito "non ti arrabbiare non fa niente" Scoppiammo a ridere. Poi come tutte le cose il mio Monco-Gomery è finito in qualche cassetto dimenticato da Dio e da tutti come del resto il libro sugli indiani di Charles Hamilton così si chiamava l'autore.
Pochi giorni fa mentre tutte le certezze di una vita si sbriciolavano di fronte alla malattia di mia madre, sono venuti dei parenti da Tarquinia: Tiziano, con suo figlio Carlos, bellissimo, moro, un po magrolino ma giusto per essere una saetta tra i tavoli e le sedie. Mamma pur se provata fortemente dalla malattia staccava sorrisi per tutti. Nell'entusiasmo del momento mio fratello prese da qualche parte, ancora non ho capito dove, un libro di colore giallo appassito dai bordi marroni e lo porse come dono a Carlos. In quell'istante, magnifico, è stato come tornare indietro nel tempo. Carlos ero io che ricevevo in dono un libro di storie d'indiani e niente cowboy. Chiesi per un istante di poterlo di nuovo sfogliare, nel tiralo fuori venne subito giù quel pezzo del libro rotto 40 anni prima. Massimo, mio fratello, butto giù una dedica per Carlos, la cosa mi diede un po fastidio ma nessuno riusci a capire il mio cambio d'umore. Col tempo ho imparato anche a mentire, a nascondere i miei veri sentimenti a dire qualche piccola bugia, altre volte ho inghiottito rabbia dentro di me per aver mentito spudoratamente a mia madre e per questo mi maledirò per il resto della mia vita. Ma mamma sapeva sempre quello che provavo, riusciva sempre a carpire la verità, anche se era nascosta dietro alla bugia più grande e dolorosa che ricordo di averle detto. Pur non avendo le forze nemmeno per star dritta in quell'istante mentre restituivo a Carlos il suo libro, mamma Ovidia mi guardò teneramente e ridendo mi disse "non ti arrabbiare, non fa niente".
CIAO mamma

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