
giovedì 12 giugno 2014
Brasile Day 5 - Il primo Match

domenica 8 giugno 2014
Brasile 2014 - Il D-DAY
Sono mesi che giro preoccupato al pensiero di questa data: 7 Giugno 2014, se fosse un operazione militare sarebbe il D Day. E invece è solo la mia data di partenza verso un ennesima follia: il mondiale di calcio in Brasile. Il D Day è oggi e mi ha colto impreparato come al solito, come in fondo accade tutte le volte che parto. Sono sospeso a 10.000 metri dal Mondo mentre affronto un viaggio scomodissimo. Mi gratto la testa perché è l'unica cosa a portata di mano, stretto come tutti del resto, affronto questo salto nel buio più assoluto. La sensazione è strana, mi sento come un soldato pronto allo sbarco sulla spiaggia di una nuova Normandia, le date quasi coincidono, giorno più, giorno meno. Mancano 3 ore allo sbarco ma le perdite sono tantissime: molti colleghi-amici sono rimasti a casa per i tagli imposti dalla dirigenza e la sensazione d'impotenza sale ogni minuto. Vorrei grattarmi un piede, quello destro in particolare, impossibile arrivarci. La compagnia aerea ha messo in vendita qualsiasi cosa su questo volo per Rio, un posto in corridoio vale 80 euro in più del prezzo pattuito, tempi moderni. Che poi di moderno c'è poco, pochissimo. Sembra più un salto nel passato remoto. Giusto 20 anni fa affrontavo la traversata verso il mio primo mondiale, quello degli Stati Uniti. Anche lì eravamo in piena austerity: 2 soli montaggi al seguito della Nazionale e due per le altre partite. Di quel mondiale non ricordo molto, anche perché dal punto di vista lavorativo è stato disumano e temo che questo sarà peggio. Non voglio fasciarmi la testa prima del previsto ma questa è la sensazione. Mi guardo intorno e vedo poche, pochissime facce conosciute, il resto è silenzio e odore di pedalini morti. Il tempo scorre in fretta solo quando non ci pensi. Ho alla mia sinistra un armadio di brasiliano che russa come un mandrillo stanco, molto stanco e ogni tanto molla un acuto che purtroppo è basso, molto basso. Sono l'unico scemo che è sveglio, ma ormai è così, immerso nella nebbia di questo napalm di mandrillo brasiliano dormiente. Odio l'odore del napalm la mattina. L'intrattenimento è scarso e il visore è troppo vicino alla mia faccia, sono presbite (oramai sig) e gli occhiali sono nella borsa. Sto vedendo un film di guerra tanto per rimanere in tema, film fatto male e girato peggio, eppure ci lavora George Cloney... forse è questa la discriminante, what else? Alla mia destra c'è una signora che ad ogni mio movimento s'incazza sempre più. Non so come faccia ma riesce a fare la faccia imbronciata anche ora che sta dormendo. Forse anche lei sta affrontando un D Day. E forse anche lei non aveva tanta voglia di esserci. E l'aereo atterra.
mercoledì 30 aprile 2014
20 anni dopo

Abbiamo una mente speciale e complicatissima. Abbiamo il dono di ricordare le cose più futili e dimenticarne altre importanti. Ma ci sono dei ricordi che sono come delle cicatrici. A volte dimentichiamo tutto, a volte tutto riaffiora. Basta passarsi una mano tra capelli, mentre ci si sistema al meglio davanti alla propria immagine che invecchia, per scoprire una ruga sulla fronte, una ferita che riaffiora, un dolore mai sopito. Sarà che ho la faccia piena di segni anche se non ho mai tirato un pugno, ma certi giorni me li ricordo bene.
Si nasce arrabbiati, piangenti, i nostri volti appena nati sono pieni, di curve. La fronte dei neonati è increspata come il mare in tempesta. Sembra quasi che nei primi istanti di vita, l'essere umano conservi tutti i ricordi di una esistenza precedente, ma poi bastano pochi istanti e il volto dei bimbi si distende e si rilassa, la pelle si schiarisce e ogni neonato assume il volto di un angelo e si dimentica tutto. Si cresce senza averne la coscienza, si assume un aspetto invece che un altro, il carattere è formato a sei anni.
Non abbiamo memoria di quello che accade fino a quando non si possiede la prima bici, perché? Perché la bici ci permette per la prima volta di andare oltre il proprio corpo, di viaggiare oltre le proprie capacità. Una bicicletta possiede il dono di estendere il proprio io oltre la pelle e le ossa e ognuno di noi ricorda la prima volta che ha tolto le rotelle e ha cominciato ad andare, pedalando. Non ci si ferma più, ogni giorno s'impara una cosa nuova e non sempre si apprende qualcosa viaggiando, ma cadendo. Ora se passo le mani sulle ginocchia, sento ancora le botte subite mentre si rincorreva un amico, oppure imitando un campione allo sprint, quelle cicatrici rimangono scolpite nella memoria, anche se non si riesce più a vederle, ci sono sempre e lentamente cambiano il proprio modo di camminare, di essere, di vivere. La vita poi non si ferma certo tra i raggi di una bici e cominci a rincorrere il desiderio di una moto o addirittura una macchina da corsa. L'istinto di andare più veloce c'era in tutti i ragazzi della mia età. Non esistevano piste di kart e non c'era l'esigenza di correrci, anche perché non c'era il becco di un quattrino per spese normali, figuriamoci per quelle pazze. La pazzia si poteva solo vedere in TV la Domenica pomeriggio, Riuniti in una sala da pranzo immacolata, si seguiva il Gran Premio di Formula 1. Ricordo bene l'emozione nel vedere sfrecciare le vetture, i campioni di quel tempo avevano nomi affascinanti, Reutemann, Peterson, Andretti, Lauda, Hunt e Scheckter. Poi un giorno arrivo un pilota che spacco il televisore di famiglia, entrando prepotentemente nelle case di ognuno e nelle vene di qualsiasi adolescente.
Gilles Villeneuve entrò in casa mia proprio negli anni giusti, ne avevo undici. Con gli amici costruivamo carrette che gettavamo senza freni per una discesa. Per me fu uno shock vedere un ragazzo talmente pazzo da correre sopra ogni cosa oltre ogni ostacolo, le curve non esistevano e usciva sempre incolume da incidenti pazzeschi. L'idea che mi sfiorava continuamente di Villeneuve era sempre la stessa: se guida in quel modo una Formula 1, da ragazzo, come diavolo portava la sua bici? Non sapevo nulla dell'infanzia di Villeneuve, sapevo che veniva dal freddo, immaginavo solo che avesse imparato prima a guidare una motoslitta che a pedalare. Così, con la mente ancora offuscata dalle gesta di un ragazzo canadese andavo col mio carrozzino sulla cima di una collina. Ovviamente la strada non era asfaltata, le carrette erano fatte di quello che si trovava o si rubava. Di solito montavano direttamente le ruote di quei passeggini da neonato. 
Dal diluvio del 1984 esce un pilota a dir poco straordinario, un genio dell'impossibile. E per me l'impossibile era Villeneuve. Senna traccia la fine della vecchia formula 1 e la nuova era dei motori, e lo fa a bordo di una Toleman, mica su una Ferrari. Senna cambia il modo di affrontare le curve, cambia l'approccio con i tecnici ai box, anche le interviste vengono stravolte dalla presenza di Senna. Sognavo un giorno di poterlo incontrare, lui comincia a vincere dovunque, pole position impossibili e sorpassi indimenticabili. La Lotus nera diventa una Icona nelle sue mani.
E poi arrivano i mondiali con la Mclaren e le sfide sempre più accecanti con Prost. Io intanto vengo assunto in Rai, sfioro più volte il sogno di seguire la Formula 1 nel 1991 ma ancora non è il momento. Intanto in Belgio esordisce un giovane tedesco, Michael Schumacher. Sinceramente non mi piace, è velocissimo e va bene, ma il mio idolo è Senna. il 92 e 93 è un anno del cavolo, le vetture sono tremendamente complicate, l'elettronica fa da padrone, vince il mondiale prima Mansell e poi l'odiato Prost che beffa Senna grazie ad una Williams che assomiglia più ad un androide con le ruote, che ad una vettura da corsa.
Nel 1994 mi ritrovo a fare il tecnico per la Testata Sportiva ma in sede a Saxa Rubra. Senna corre con la Williams che però non è più zeppa di congegni elettronici. La vettura da battere è la Benetton di Michael Schumacher che vince i primi 2 Gran Premi della stagione. Arriva il Gp di Imola, c'è l'idea di mandarmi sul posto, ma alla fine mi tengono a Roma per la solita routine, che rabbia. Il Venerdi è già caos, Barrichello rischia la vita saltando su un cordolo. Il Sabato è drammatico, Ratzenberger perde un pezzo della propria auto lungo il rettilineo che porta alla curva della Tosa. L'impatto è violentissimo non c'è niente da fare, muore sul colpo. La Domenica vado a mensa presto per seguire il Gran Premio in diretta: La partenza è drammatica, Pedro Lami centra la vettura di JJ Leto ferma al via, c'è la safety car, feriti in tribuna per una gomma impazzita, mi domando, cos'altro può accadere? C'è la ripartenza, Senna è primo Schumacher secondo, la regia decide di seguire l'arrivo al Tamburello dal cameracar del tedesco. C'è una scintilla prima della curva, la macchina di Senna scarta verso destra, io non ci credo, l'inquadratura successiva è pezzi d'auto che volano via e la macchina di Ayrton che rimbalza verso la pista. Tutto il resto è una attesa segnata.lunedì 14 aprile 2014
l'odore di te.
lunedì 17 febbraio 2014
One of my turns








