giovedì 29 settembre 2016

Losing flights

Ennesimo volo perso, più  uno viaggia e più si abitua a sbagliare. E tutto diventa normale nell'accettare, con calma e rassegnazione, l'impossibilità di essere precisi come una volta. Sembra quasi che vada a cercare questi ritardi mostruosi, fatti di check-in alla baionetta, saltando le file, distraendo cinesi al controllo bagagli per infilarsi in mezzo a due signore che, come me, sono in ritardo mostruoso. Volo Roma Catania delle 8:30, mi presento fresco come una rosa appassita al banco dell'Alitalia alle 8:20 e chiedo con leggerezza serafica se posso avere un corridoio; la hostess sembra conoscermi, o almeno riconosce in me uno stereotipo cinquantenne di maschio grigio fuso. Dopo aver più volte guardato il suo collega alla sinistra, mi spara contro violentemente carta, documenti e e sorrisisi e mi spedisce alla biglietteria, è ufficiale: ho perso il volo.
Al ticketing si cambia strategia e faccia: da volto esperto abituato al ritardo, si passa ad una viso da missionario impaurito che ha perso la sua chiesa in Congo, l'approccio è fondamentale,  qui ci si rimettono i piccioli, come dicono a Catania. Pronuncio le prime parole con faccia triste e bocca semichiusa, sembra quasi che stia chiedendo la carità; qui l'esperienza la fa da padrone da entrambi i lati del tavolo; la bella signora in abiti della compagnia di bandiera sa il fatto suo, alza lo sguardo al momento meno opportuno proprio quando abbandono il missionario che è  in me e riprendo il volto del furbetto del quartierino (che non è  in me) e dice: "c'è una penale da pagare". Che volgarità penso io, il vil danaro ripara tutte le cazzate, pago con disinvoltura buttando la mia carta "Flexia" di nome e di fatto: è cosi mal ridotta da sembrare lo strato di cheddar che separa gli hamburger dall'insalata. La donna in attesa dietro di me è  disgustata da tanta supponenza e sciatteria, ha la mano che sembra uscita da uno scrigno di un galeone di pirati, ha più pietre preziose che denti e un ghigno tipico di chi non sa aspettare. La sua "carta oro business golden pass" è cosi magnifica che avrebbe il diritto di calpestarmi, è così affilata da tanti viaggi esotici da sembrare tagliente come la scimitarra di Hattori Hanzō, il suo nome è un film in presa diretta: si chiama Beatrice guarda il caso! Ma non mi sarei sorpreso se si fosse chiamata Black Mamba sul suo passaporto diplomatico. Pago tutto, ho sempre pagato i miei sbagli, sono di nuovo in fila per spedire la valigia. Ora posso assumere con disinteresse qualsiasi volto, ho la carta d'imbarco sulla mano destra e due valige da nascondere come bagaglio a mano, faccio sempre incazzare tutti al controllo bagagli,  è  il mio dono di cui vado più  fiero. Allo sportello c'è ora un giovane ragazzo che appena guarda la mia carta d'imbarco sobbalza e sorride di gusto e penso: ecco un'altro testa si cazzo che mi fa battute sul cognome; il giovanotto, ancora con un'emozione da poco tra le labbra timide, attacca le sue pecette alla valigia e restituendomi il passaporto mi spiazza con queste reali parole: "SIGNOR SALTAMERENDA È UN ONORE CONOSCERLA PERSONALMENTE, VEDO TUTTI I SUOI LAVORI"; li in quell'istante mi soffermo cercando di far durare quel misero secondo di celebrità eterno; butto via tutte le mie maschere,  lo ringrazio con un sorriso aperto e uscendo dalla biglietteria rifletto veramente, profondamente, pacatamente.... su quante persone siano totalmente irrecuperabili a causa dell'esposizione prolungata a programmi televisivi di basso spessore ai quali collaboro a farli peggio del dovuto. Arrivo al gate  giusto in tempo per chiudere la lista dei partenti, guardo il numero del mio posto e sono sorpreso: sono in Business! (Devo tenere a mente la faccia da francescano sperduto, alla fine ha prodotto un bel risultato). Mi siedo vicino ad un businessman di poche parole, aspetto con curiosità che succeda qualcosa prima della partenza per Catania, succede sempre qualcosa prima di partire. Lo Stewart annuncia qualche ritardo per un passeggero in attesa d'imbarco, penso: che scocciatura, quando è  toccato a me di essere in ritardo l'aereo è partito, chi cavolo può essere questo personaggetto da fermare il tempo e il volo?
Sono contrariato,  aspetto con curioso nervosismo il VIP di turno che blocca il Mondo, che palle! Poi una distrazione, un colpo di ciglia di troppo e perdo l'attimo e la mascella, E LEI È PROPRIO LEI!  La mia musa, l'attrice dei miei sogni più dolci! Sembra impacciata ma non è  una novità chiede aiuto disperatamente, qualcosa non va. Credo di aver visto tutti i film di Margherita Buy, ho sempre sognato di conoscerla,  di toccarla, di bacciarla... ebbene si, lo confesso; ora è  di fronte a me, un posto avanti al mio, sul corridoio, è così vicina da poterne sentire il profumo e la tristezza, decisamente c'è qualcosa che non funziona, è  troppo agitata per essere così, proprio come nei suoi film. Prima del decollo si affannano le hostess da lei per dei sorrisi di circostanza, la cosa non mi piace, ho le farfalle nello stomaco ma non è amore. È successo sicuramente qualcosa di drammatico che spezza completamente la mia curiosità di parlare con lei, resto in silenzio, allaccio la cintura e mi incupisco. Una signora si avvicina all'attrice che amo di più al mondo, le sussurra qualcosa all'orecchio, la consola sfiorandole un braccio e tutto torna più  sereno. Il pilota annuncia la partenza imminente, controllo la cintura, lo schienale, chiudo il tavolino e butto uno sguardo oltre il mio sedile. Lei è lì indifesa e sola e non capisco cosa si porta dietro nei suoi pensieri su questo volo che, sicuramente avrebbe fatto di tutto per non esserci. Certe volte la vita è strana e il tempo è  il nostro avversario peggiore: si prende gioco di noi, ci umilia e quando cominciamo a detestarlo per tutti gli attimi perduti ci fa sentire di nuovo vivi e immortali. Certe volte perdere un volo può diventare un esperienza unica e certe volte prendere un volo può essere maledettamente doloroso.

martedì 3 maggio 2016

Sliding Doors

Sto andando a Sochi in Russia, è ancora presto per il volo, sono le 4:17 del mattino e non riesco a dormire.  Ho deciso di scrivere qualcosa, non credo che troverò tanti spunti. Per l'idea che mi sono fatto Sochi non assomiglia per niente alla Russia, ma non voglio che la mia crescente intolleranza verso nuovi paesi, lingue incomprensibili e viaggi in generale, abbia  il sopravvento,  vediamo cosa ne esce. Ho promesso mesi fa ad una cara amica di descrivere tutto quello che avrei visto e provato in questo viaggio sempre più vicino, sono le 9:00 mi alzo. Non nascondo che ho una certa agitazione, già ad Ottobre dovevo andare in Russia poi un imprevisto, una telefonata importante, mi ha bloccato a casa. Ora riprendo il filo di quel viaggio, faccio il biglietto al gate 380 dell'Aeroflot, sono le 13:00,  non c'è  il finger, si sale sul bus, non mi piace. 

Sono terrorizzato da sempre dall'idea di volare ma ormai ho viaggiato su qualsiasi carretta dei cieli e la paura dura il tempo del decollo, ma questo 737 rievoca una serie infinita di film anni 90, tutti catastrofici ovviamente. Do un'occhiata alla porta d'ingresso dell'aereo, è  lì che ogni bara volante nasconde giorno, mese, anno di costruzione, mi viene voglia di scendere, è così vecchio da avere ancora i loghi dell'Urss. Mi sistemo al 7c, sembra proprio che sia l'unico italiano qui intorno, ho voglia di andarmene e se scendessi veramente? Troppo tardi l'aereo ha acceso i motori e la porta si chiude a pochi metri da me, una hostes mi vede nervoso, mi dice qualcosa in russo , penso: sono davvero combinato male! Male che vada però, come dico sempre ogni volta che metto le ali alla valigia , una volta su si torna sicuro giù; bisogna solo capire come, a me piace cadere con stile, come Buz lighter, come nei cartoni. Sono in volo su un cielo pieno di nubi a bordo di un Boeing e penso a quante volte per un dettaglio, un ritardo, un brusco risveglio , la vita cambia il suo corso, destino? 


Come nel film Sliding Doors dove la protagonista Helen (Gwyneth Paltrow) perde per pochissimo il solito appuntamento col metrò, le porte del treno si chiudono davanti a lei e la sua vita cambia di colpo. Questo viaggio è  il proseguimento esatto di quello che sarebbe accaduto 6 mesi fa, se non avessi poi rinunciato di partire per Sochi,  come nel film, è la seconda opzione che rivive  Helen quando entra nella metro. Sono euforico, ma dura poco, il sedile è bloccato provo con tutta la forza, niente e proprio incastrato, leggo un po, poi arriva il pranzo. Direi senza ombra di dubbio che il pasto è una delizia, se dovessi giudicarlo da come lo mangia il mio vicino: il cibo, è  tutto di un colore pallido e insapore. Oddio il sapore c'è ma appartiene a qualcosa di alieno, sembra carta da parati per la panna o colla che copre tutto, no, non ce la faccio; chiedo un caffè, si può avere un caffè? C'è  un po di turbolenza, allaccio di nuovo la cintura di sicurezza e sbircio i miei vicini intenti a leggere giornali curiosamente simili a quelli scandalistici inglesi come il Daily Mirrors; sono pieni di foto assurde, c'è addirittura una tartaruga che parla in cirillico ovviamente. e talmente trash da fare invidia all'ultima pagina del glorioso Grand Hotel, la ricordate? Era favolosa! 
La mia amica, alla quale sto dedicando questa storia,  comprava sempre Grandhotel; i titoli erano tipo "GATTO INFEROCITO GETTA IL PADRONE DAL SESTO PIANO" 
e la descrizione a disegni era di una drammaticità così estrema da essere comica, come questa tartaruga parlante. Non resisto, scatto una foto. L'aereo è  strapieno di gente normalmente assonnata, c'è chi parla, chi dorme e c'è chi scrive qualcosa e sembra così contento di farlo, ma come fa? Mistero. Mistero o magia sono arrivato a Mosca la città dalle mille battaglie e rivoluzioni, che ha dato i natali a tanti filosofi e grandi uomini del passato. È  la seconda volta che atterro all'aeroporto di Šeremet'evo ed è come la prima volta: non vedo niente, c'è poco tempo e non trovo il gate giusto per Sochi, sono nervoso. Penso, e se perdessi il volo? Se all'arrivo al gate la porta fosse chiusa, come cambierebbe questo viaggio? Alla fine siamo continuamente alla mercè di porte che si aprono e si chiudono continuamente, cambiando in maniera inesorabile il destino di chi le attraversa o ci sbatte contro. Per adesso sbatto solo contro i carrelli di due amici di viaggio: Daniele ed Ettore in volo da Milano e diretti anche loro a Sochi,  non sono più solo, sarà contenta la mia amica! Mi ha detto mille volte la stessa frase:"viaggi solo? Ma come fai?" Certe volte si sta cosi bene da soli, ma ce ne accorgiamo sempre quando soli non siamo. È una sorta di nostalgia schizofrenica perché vale anche al contrario, non ci da pace.
Siamo purtroppo nettamente in anticipo per perdere il volo, lo dico con sincera amarezza: è assurdo atterrare a Mosca, Sydney, Atlanta, Bangkok, Washington e Madrid, e vedere solo aeroporti, è una cosa che non mi perdono. Salgo su una specie di siluro con le ali cadenti e mi addormento quasi prima di arrivare al posto 13d, i miei amici di viaggio sono dietro di me, il trip dura un pisolino, scendo a Sochi che è notte fonda, non fa affatto freddo e c'è gente della Formula 1 pronta ad accompagnare tutti nei vari alberghi prenotati, io sono al Bridge. Salgo su un bus con Ettore e Daniele, l'autista non sembra tanto sveglio ma si eccita quando capisce che siamo italiani e prova a parlare una lingua più vicina all'esperanto che alla nostra, dopo due metri si perde nella notte e noi con lui. Le ore passano e siamo noi a cercare la strada mentre l'autista ci esorta a parlare in italiano, sto perdendo la pazienza mentre guardo in alto la tv che manda un film russo che più sovietico non si può, la corazzata Potemkin al confronto è  un capolavoro (la corazzata Potemkin È un capolavoro del cinema muto). Dopo 3 ore di viaggio il pullman atterra  davanti all'hotel, l'autista è mortificato, vuole chiedere scusa ma dalla sua bocca esce un "SUCA" che chiude comicamente la notte. Butto i bagagli sul letto e mi sdraio su quello vicino,  sono così stanco da non riuscire a dormire ma alla fine succede. 

Apro gli occhi ed è  giovedì, accompagno Daniele a prendere una macchina a noleggio, direzione aeroporto, di nuovo saliamo su un taxi e con voce  tremante dico all'autista se parla italianski, fortunatamente no. Il viaggio dura poco meno di 30 minuti, l'aeroporto è  vicinissimo eppure ieri sembrava a mille chilometri, ecco spiegato il mio corollario sul teorema della Relatività: "un oggetto che viaggia da A a B alla velocità della luce, arriva molto prima di uno più lento, ma solo se conosce la strada".

Il circuito di Sochi sembra un parco giochi da lontano, da vicino lo è a tutti gli effetti.  Qui pochi anni fa ci sono state le olimpiadi invernali, le montagne del Caucaso sono all'orizzonte e a pochi metri da me il Mar Nero. Il posto è  pure bello ma la voglia di crescere della grande Russia ha sommerso troppo la sua storia ed  è  triste vedere una bellissima chiesa ortodossa circondata da tangenziali,  così anche il porto e la passeggiata vicino al circuito: tutto sembra troppo artificiale e finto, il lavoro è  andato bene, mi concedo una birra al tramonto.
Il venerdì ha qualche intoppo come sempre e non mi riferisco alla vettura di Vettel ferma in pista ma alla mia macchina che non intende fare il suo lavoro, per fortuna c'è  Antonio, un caro amico che aggiusta  il pc in 30 minuti proprio mentre Vettel prende un penalità per la sostituzione del cambio e arretra la sua speranza di vincere di 5 posizioni indietro sulla futura griglia di partenza, il mondo e disseminato di Sliding Doors. 



Sabato fiacco e inutile, tutto deciso per la Pole di Rosberg mentre è tutta da scoprire  la serata. Antonio è  in forma, vuole assolutamente dare una sterzata a questa monotona trasferta,  vuole cantare.  La cena è  al solito posto poi tutti in albergo: oggi Karaoke! Davanti ad uno scarso pubblico ci esibiamo io e il mio amico, la gente ride ancor prima che iniziamo. Il repertorio scelto è veramente  indecente: da Cutugno ai Ricchi e poveri per capirci, passando per Mina e Dalla saltuariamente.  Antonio è  un tipo sorridente, magro, di origine siciliana, cittadino del mondo con base a Bologna. Parla poco e quando parla stringe i denti nascosti da una barba sfiziosa, di sicuro però canta meglio di me;  aveva promesso che mi avrebbe fatto divertire ma qui siamo oltre su tutto, anche dal lato alcolemico. Chiedo ad Antonio una tregua, ci vorrebbe una canzone senza acuti, Celentano andrebbe bene ma lui opta per un Ramazzotti, è veramente troppo. Basta vado a letto, domani c'è il gran premio e ho pure la mattinata piena di impegni di lavoro, ma che bella serata!

Domenica tutto tace, sono il primo ad arrivare al circuito, è  sempre così ad ogni gp, mangio una banana e prendo un caffè, purtroppo lo faccio contemporaneamente. Vettel parte settimo e va subito tutto male, viene tamponato due volte dallo stesso pilota, roba che se fosse successo in strada tra due comuni mortali, il CID avrebbe assunto i connotati di una commedia di Monicelli. È  proprio vero: se Vettel non avesse sostituito il cambio forse avrebbe vinto e sicuramente il Russo Kvyat non l'avrebbe speronato due volte, ancora delle Sliding Doors. la  gara è appena iniziata ed è gia finita potrebbe essere una canzone da strimpellare stasera dopo il lavoro, ma sono stanco, appena riesco a scappare dal circuito vado a nanna, lo giuro. Il Gp lo vince Rosberg  saluto tutti e vado in Hotel, a letto senza cena, come i bimbi cattivi.

È  Lunedì si torna a casa,  prendo il taxi da solo, sono l'unico che viaggia su Roma. Arrivo a Mosca in ritardo ho giusto il tempo di comprare qualcosa, non le solite sigarette per la mia amica, mi manca il suo odore disordinato. Caviale ecco cosa comprare, arrivo al gate con la lingua di fuori, mi accorgo subito che qualcosa non va: l'aereo è  piccolissimo! Come mai? Ho il 31A, praticamente sono in ultima fila ma la sorpresa è  tremenda: i posti a sedere terminano alla fila 30 sono in pieno Sliding Doors. La hostess mi tranquillizza c'è stato un problema ed hanno sostituito l'aeromobile con uno più  piccolo, ma c'è posto al 6A. Sono finalmente seduto vicino ad una coppia di Acqui Terme due signori belli e sinceri. Sono stati in vacanza a San Pietroburgo e Mosca due città  bellissime che non ho mai visto e forse mai vedrò. 

Sono ansioso di tornare a casa e chiudere finalmente il cerchio e questa storia, l'avevo promesso ad una amica. La promessa in verità era che, al mio ritorno, le avrei raccontato tutte queste cose, ma come ho detto all'inizio,  una telefonata mi ha impedito ad Ottobre, il 6 Ottobre di farlo. Mi mangio le mani al pensiero di quella telefonata alle 4:17 di un Martedì pieno di nubi e pioggia, se solo non l'avessi ricevuta forse sarebbe cambiato tutto, maledico le Sliding Doors.
Cara amica, la Russia non è niente di diverso che altri cento mille  paesi che ho già visitato, perché il posto più bello è sempre casa, ma tu sai già tutte queste cose perché da lassù tutto è più chiaro. Non e così?  Ciao Mamma. 



martedì 1 dicembre 2015

Come l'Everest





Come l'Everest



20 Settembre 
Diario di viaggio. Sono mesi che aspetto qui al Campo Base. Non avrei mai creduto di dover affrontare quest'avventura, mi guardo intorno e  vedo solo personale inesperto per l'alta montagna. Nessuno è pronto per salire in quota, nemmeno il Capo Missione: troppo vecchio, troppe salite. È lui che ha diretto tutte le missioni in precedenza. ma ha la tosse e si muove a malapena. Non credo che possiamo arrivare in cima.

21 Settembre
Il giorno del mio compleanno arrivano gli auguri da tutte le parti ma io ho poco da festeggiare, ho solo bisogno di sapere quando potrò iniziare la salita. Io e il Capo Missione siamo andati di nuovo alla Tenda Rossa ma non ci dicono quando potremmo affrontare l'Everest.


22 Settembre 
Il Capo Missione sta male, non si muove bene, continua a sorridere ma è solo per non farmi sentire peggio di come sto adesso. Gli altri della spedizione sono agitatti, cominciano a dubitare che la strada verso l'Everest sia quella giusta, non hanno fiducia di chi decide alla Tenda Rossa, mi sento l'unico ad essere lucido, ho già in mente cosa fare
e dove passare, ma vedo chiaramente che nessuno mi ascolta.

23 Settembre
Il Capo Missione ha dei forti dolori alla schiena, terzo giorno di visite alla Tenda Rossa ma non c'e nessuna novità eppure niente è già come ieri, andiamo incontro a delle perturbazioni e in questi casi se non si è uniti nelle decisioni si rischia di fallire, provare a scalare l'Everest in queste condizioni è pericoloso, si rischia di   abbandonare la scalata dopo poche ore dall'inizio della salita.


24 Settembre 
Sono andato alla Tenda Rossa, questa volta da solo.  Ho in mano un foglietto con delle note incomprensibili scritte non certo dal Capo Missione. Tutti vogliono sapere quando partiremo ma il tempo ancora per una data certa non c'è.  Alla Tenda Rossa sembra che perdano tempo e basta, c'è un mucchio di gente fuori ad aspettare, ogni tanto esce qualche persona con in mano il foglio che autorizza la salita, mentre passano davanti ai miei occhi, incrocio i loro e mi rendo conto che nessuno di quei vecchi corpi abbandonati da Dio, tornerà al campo base.

25 Settembre 
Oggi ero intenzionato a dire tutto quello che penso al Capo Missione ma poi ho di nuovo rinunciato, sono un codardo. Avevo voglia di dirgli che mi sento solo e ho paura ad affrontare l'Everest in queste condizioni. Ho già fallito una volta la scalata, era il 2007 l'inverno era alle porte, ero io che guidavo la squadra e il Capo Missione di allora credeva ciecamente in tutto quello che facevo. Ci siamo aggrovigliati più volte nei crepacci siamo caduti e siamo risaliti insieme... Avrei bisogno di una squadra come quella, penso oggi, avrei bisogno di quelle corde tese e sicure, ma oggi è tutto diverso e non ho più la forza per andare avanti. Ho mal di testa e non ho notizie dalla Tenda Rossa.

26 Settembre
Cominciano i primi sintomi di sbandamento del gruppo alcuni provano a disegnare nuove vie ma il tratto è incerto e si vede benissimo che porta al crepaccio più vicino. Ho bisogno di un posto caldo. Non ho voglia di parlare con nessuno.


27 Settembre
Non riesco a respirare, ho fatto tutta la notte accanto al capo missione che lamenta dolori fortissimi ma non rinuncia all'idea di poter arrivare in cima, è ancora forte la speranza di compiere la sua impresa più estrema. Il Capo Missione non parla quasi mai, si comporta come un vecchio indiano che nella confusione di tutti, detta sempre le sue verità: "Si può sempre arrivare in vetta passando per la via più impervia. Non esiste cresta affilata, dente roccioso o fessura cieca che non si possa superare" ripeteva sempre. Gli occhi, i suoi bellissimi occhi, mi hanno sempre dato una grande convinzione che tutto è possibile. I suoi occhi adesso, ancora più di prima, suggeriscono questo, anche adesso, ma il suo corpo parla d'altro.


28 Settembre
Continuo a non capire qual'è lo scopo della nostra avventura, non capisco se l'obbiettivo è arrivare in cima soffrendo tutti insieme o sedare le sofferenze di uno per alleviare le nostre. Sono giorni ormai che non dormo. Trascino me stesso dal Campo Base alla Tenda Rossa in continuazione. Sono obbligato pure a frequentare posti assurdi, compro materiale improbabile sapendo che poi non verrà nemmeno preso in considerazione dagli altri alpinisti del Campo Base. Sopravvivo ormai con gli antidolorifici, la pioggia non bagna il mio volto più di quanto lo è già.

29 Settembre
Ho in mano il foglio di via: ho strappato un appuntamento con uno dei capi della Tenda Rossa.  Sono intenzionato ad andare avanti a costo di travolgere tutto e tutti. Il Capo Missione ha perso di colpo tutti i denti, ha gli occhi chiusi e ragiona poco, ha sempre freddo alle gambe e comincia a rifiutare qualsiasi cura. Non si può andare avanti in questo modo e chiaro a tutti tranne a chi deve iniziare con me la salita.



30 Settembre
La Tenda Rossa ha dato il nulla osta,  finalmente si sale a quota Everest. Il termine della missione è fissato nei prossimi due mesi, non oltre la data di firma delle carte: primo Dicembre 2015 è questa la data oltre la quale ho appeso le mie speranze di arrivare in cima tutti insieme. La mia unica convinzione è questa: si parte subito, ci si lega in cordata doppia, si affrontano i crepaci e le asperità fino alla vetta. Se siamo uniti possiamo farcela. Arrivo al campo base ma nessuno mi ascolta. Appena do la notizia tutti entrano nel panico, c'è chi butta piccozze e corde giù nella scarpata, mi sento perso eppure c'è sempre qualcuno che legge come me, la via più giusta, ma gli altri non ci ascoltano, non l'hanno mai fatto. Del gruppo che dovrebbe affrontare l'Everest a pensarla come me sono solo altre tre persone o poco più, affido a loro tutti i miei dubbi e la mia rabbia, solo loro sanno cosa sto soffrendo mentre il Capo Missione è ormai assente, non ha più gli occhi che si specchiano nei miei. Decido di fare la notte al suo fianco

1 Ottobre
E' stata una notte difficile ma anche positiva. Sono stato accovacciato vicino al Capo Missione e ho continuato a parlargli senza interruzione. Ho passato tutto il tempo massaggiando la sua schiena facendo pressione su un punto in particolare. La spedizione è al completo sono arrivate nuove attrezzature: una imbragatura per il sostegno alla schiena e un carrello sollevatore, ma il capo non è più molto presente.

2 Ottobre
La situazione si fa irritante. Il Capo Missione è a letto, non riesce ad esprimersi, continua a gridare dei "NO" lancinanti, non è chiaro se è perché ci si muove a rilento o perché lentamente stiamo viaggiando dritti verso il dirupo più vicino; proprio quando le mie speranze di vederlo in vetta si fanno sempre più piccole decido di provare a scuotere il Capo Missione raccontandogli del nostro recente passato. Lo spunto è proprio venuto toccandogli la schiena, mi è tornato alla mente quando a causa di una rovinosa caduta mi trovavo in ospedale. Lui venne subito a trovarmi e siccome ero tutto pieno di ferite, decise di massaggiarmi le uniche parti esenti da graffi, punti e contusioni: i miei piedi. Sentivo dolore ovunque e lui mi stava facendo un solletico insopportabile alle  gambe, eppure lo lasciai proseguire. Pensavo che non stesse ascoltando mentre  raccontavo tutto questo e invece ho visto che il capo sorrideva. Mi sto illudendo ma che bello ogni tanto fingere di star bene.

3 Ottobre 
Alcuni alpinisti cominciano a manifestare forti dubbi sulle direttive delineate dal personale della Tenda Rossa. I più anziani del gruppo hanno chiamato un esperto ma io vengo a saperlo solo dopo che, questa specie di guru delle scalate, ha fatto visita al nostro Capo Missione. Sono arrabbiato ho voglia di mollare tutto. L'esperto si rivela per quello che è: un risolutore spietato. Non sa nulla di viaggi in alta quota ma disegna una nuova strada che secondo lui permette di evitare la neve e il freddo pungente. Faccio notare agli alpinisti anziani che già ci sono passato per quella via e che alla fine ho perso una persona cara facendo quella stessa strada ma nessuno mi ascolta, tranne i soliti tre amici dagli occhi azzurri.

4 Ottobre
Sono disperato, passo la notte fumando di nascosto e pregando in silenzio. Al campo base c'è un via vai di gente sconosciuta che si accalca all'ingresso della tenda del Capo Missione, c'è un forte odore di acido e fumo, il solito odore sgradevole che cancella tutti i vecchi sapori e sorrisi di un tempo. Il Capo Missione è riverso sempre sul fianco sinistro,  la luce illumina il suo volto assente i zigomi scavati, le labbra inghiottite da un respiro profondo.  Ho bisogno di bere qualcosa.


5 ottobre
E' arrivato al campo base un aereo, un velivolo da cinque posti diretto sulle rive del Mar Nero. Tutti mi dicono di non preoccuparmi e di prendere quell'aereo per Sochi senza rimpianti, che il Capo Missione sarebbe migliorato e al mio ritorno avremmo ripreso la salita verso l'Everest. L'aria è rarefatta e il sole squarcia le nuvole al tramonto. Devo prendere una decisione prima di andare a dormire ma c'è l'ennesima riunione al Campo Base, "bisogna chiarire". I toni della discussione si fanno gelidi più dell'aria che respiro a fatica, tento di incrociare gli sguardi degli altri ma tutti scappano ai miei occhi pieni di rabbia.  La discussione è stucchevole mi assento giusto pochi minuti e vado a rifugiarmi nella tenda del Capo Missione. E' lì disteso sulla schiena, le mani incrociate sul petto. Il  respiro, il suo respiro è come un vecchio mantice bucato, conosco bene quel respiro. Provo a svegliarlo, gli do un pizzicotto sulla mano sinistra, lui apre gli occhi ma vedo chiaramente che è solo un impulso di riflesso. Il suo volto dice tutto nella sua particolare assenza, le pupille sono dilatate e le orbite cercano contemporaneamente e astrattamente due punti della stanza. Siamo alla fine del viaggio, ho freddo e riprendo il mio ruolo di comparsa nella riunione poco distante. Il tema è sempre l'Everest c'è chi dice di tornare indietro e di prendere la vecchia strada, faccio notare che la via è impraticabile: il troppo fango e la neve bloccano la via del ritorno, il bivio da cui ci siamo allontanati è troppo distante. Il tavolo è rotondo, ma non suggerisce soluzioni "realmente" sagge, al mio fianco c'è chi protesta perché si sente poco sostenuto sulle scelte ormai fatte ed io non ho voglia di ascoltare nessuno di loro tranne due persone bionde presenti. Una di esse si siede e si alza continuamente ha gli occhi azzurri e le sopracciglia finemente arrotondate ma decise e argute. Quando ero ragazzo avevo un po' paura di quell'esperto  capo cordata, si divertiva sempre a farmi degli scherzi assurdi, mi stimolava sempre a farmi perdere il controllo. Mai avrei pensato a quel tempo che quegli occhi azzurri e scavati diventassero il mio rifugio e la mia tranquillità in vecchiaia oggi. Il capo cordata ha portato suo figlio un dottore bello come il sole d'Agosto. Ha gli stessi occhi azzurri ma ha un modo di chiuderli totalmente differente. Calmo e armonioso come il battito delle sue ciglia, illustra la situazione con pacatezza,  cerca di ricucire le corde sfilacciate che sostengono il campo base ma fa capire chiaramente che non è in discussione la sorte ormai  segnata del Capo Missione ma il futuro della spedizione, il nostro futuro. C'è chi abbandona il tavolo, chi tenta di far capire la propria strada, ma quello che sfugge a molti dei presenti è l'errore alla base di tutto: non si può affrontare l'Everest se non si è deciso unanimemente la strada da percorrere. Sono disgustato dalle parole inutili di qualche giovane alpinista e mi accorgo che come al solito manca sempre qualcuno nel momento del bisogno, è sempre stato così. Decido di non fare la notte al campo base,  alle 7:00 ho la partenza del mio volo per il Mar Nero ma so già che domani rimarrò inchiodato mani e piedi alla base di questa montagna.

6 Ottobre
Non riesco a dormire, lo sguardo assente del capo missione mi perseguita, provo a sfogliare un libro di Grossman che è sempre vicino al mio letto. Le pagine scorrono più veloci della notte, ho già letto quel libro cento volte. Ogni tanto lo sguardo fugge dalle pagine e precipita sotto la luce fioca della lanterna, il telefono satellitare e lì pronto a squillare. L'unica domanda che mi sto ponendo e a che ora suonerà per darmi il colpo di grazia?
Sono le quattro di mattina fa freddo e consumo le ultime pagine del libro in attesa dell'inutile sveglia pronta a suonare mezz'ora dopo. Guardo di nuovo sotto la lanterna, il telefono non squilla ma ero certo che sarebbe accaduto! Non posso partire con lo zaino pieno di rimorsi, non posso scappare in questo modo. Mi alzo e aspetto ancora un poco guardando fisso il telefono. Sono le 4:17 il libro è finito e mi commuovo un altra volta pensando a quanto amore avesse Grossman per il suo Cerbiatto smarrito. Quant'è l'amore di un padre per il proprio figlio? Provo ad immaginare il mio amore e il suo e mi accorgo che non c'è misura che possa contenerli entrambi.
Alle quattro e diciotto di mattina squilla il telefono, appena lo porto all'orecchio sento il vuoto che anticipa la notizia e già sono in strada verso il Campo Base. Arrivo al capezzale del Capo Missione, ho il volto devastato dal pianto e non riesco a trattenermi. Il grande capo è lì disteso al freddo di un alba ancora troppo lontana. Mi avvicino e lo abbraccio forte cercando di preservare quel suo tepore che di li a poco sparirà. Lo bacio sulla fronte ancora umida ed è come bere dalla fontana della vita per l'ultima volta, la stessa da cui mi sono dissetato fin dal primo respiro.
Sono le sette di mattina, l'aereo per Sochi e appena decollato ed io sono qui fermo al Campo Base. Sono passati solo sei giorni da quando la tenda rossa ha dato il via libera per la scalata all'Everest ed io sto mettendo l'ennesima croce sull'ennesimo mio fallimento, il più grande di tutti. Chiudo questo diario sapendo poi di doverlo riaprire prima o poi perché l'Everest è sempre lì pronto a sfidarmi un altra volta.

1 Dicembre
Il termine tecnico della missione scade oggi: due mesi e poco più, questo è il giorno per cui avrei lottato e messo tutta la mia vita in mano a chiunque pur di arrivarci insieme al mio Capo Missione. Oggi mi vengono in mente tutte le cose, belle e brutte, tutti gli errori e le delusioni, ma anche i sorrisi. Ho sempre stimato il Capo Missione anche se lui ha sempre preferito ascoltare prima i consigli degli altri alpinisti. Forse era cosciente che in questo modo avrei sofferto più io degli altri e forse sapeva più di tutti che io avrei potuto sostenere meglio di tutti il peso della sconfitta. Negli anni ho sempre trovato il modo per ricominciare a scalare le montagne che mi si presentano davanti, da solo, sono abituato, è il mio lavoro. Forse ora capisco che l'unica strada da percorrere era proprio quella sbagliata: la loro. Il Capo Missione aveva ancora una volta previsto tutto: era chiaro a tutti e due che non avremmo mai raggiunto la vetta ma entrambi sapevamo che sarebbe stato bellissimo guardare l'Everest al sole di Dicembre. 

giovedì 8 ottobre 2015

Ciao mamma.

Tra i ricordi più dolci di mia madre, proprio adesso, un giorno di tanti anni fa.

Ero alle elementari o giù di lì e il mio amico Roberto si presentò a scuola con un cappotto bellissimo, era uno stile Montgomery di lana robusta blu fuori e morbido manto bianco dentro. Era Ottobre, la scuola era iniziata da poco e molti compagni di classe cominciarono nei giorni seguenti a venire tutti con sopra le spalle un bel Montgomery di caldo panno blu. Mamma vide subito quanto ero attratto dall'idea di averne uno anch'io, era di moda, così si diceva. Sicuramente sarà capitato anche a lei di vederne un mucchio di cappotti blu col cappuccio a punta, entrare ed uscire dal negozio di mio zio dove lavorava come commessa. Un giorno mentre mangiavamo mi disse che saremmo andati a Roma presto perché voleva assolutamente che a Natale ricevessi il mio Montgomery per regalo. Era bello andare a Roma con mamma, si partiva col pullman di linea di colore celeste scuro tendente al nero fuliggine nella parte posteriore, il diesel di una volta sporcava anche le mutande.
La fermata era vicino ad un distributore di benzina, sempre la stessa; era la casa che cambiava in continuazione, non so proprio quante volte abbiamo dovuto cambiare casa rimanendo però sempre vicino a quella fermata. Ho sempre sofferto il mal d'auto e non ho mai capito perché il pullman invece, non mi facesse nessun effetto - mi dava una sorta di euforia, vedere tutte quelle persone pressate come sardine dondolanti -  ed io con vicino mamma, a pesca di cappotti blu stile Montgomery.
Si scendeva sempre al capolinea, poi a piedi subito a destra si arrivava ad una piazza rotonda coi palazzi che tendevano anch'essi ad avvolgersi in cerchio su di essa. Il cancello di Armanda, l'amica di sempre di mia madre, era nero, austero, alto e robusto. Al campanello rispondeva sempre con quell'intercalare tipico di chi ha vissuto a Spoleto tanto di quel tempo da non liberarsene mai. Spoleto è la città dove sono nato e mamma diventava più umbra del solito nel parlare con la sua amica. Mentre abbracciava Armanda, uscivano termini più simili ad un linguaggio tribale che ad una conversazione normale, tutto finiva con la lettera U: lu centru, lu negoziu, lu cappottu blu, lu caffè però macchiatu .... ed io pure, in quei momenti diventavo "LU BELLU BARDASCITTU" il bel ragazzino tradotto.
Dopo essere scesi per strada si andava al centro per vedere i negozi di alta moda. Mamma e Armanda mi facevano provare sempre un mare di vestiti che però puntualmente non compravamo mai: troppo cari. Si finiva sempre in sartoria dopo che ogni modello, visto e misurato al millimetro, era nella testa di mamma. La mia mamma era una sarta eccezionale,  ha lavorato per tanti anni dietro le quinte dei teatri di Spoleto era come un grande artista che vive però dietro le quinte, mi ricorda qualcuno che conosco bene.
Primo intoppo, la stoffa di panno blu era finita, era rimasta solo una bobina di colore verde malinconico, quasi come il mio volto. C'era poco da perdere tempo, il Natale era alle porte. Il panno interno però era morbidissimo e i bottoni che aveva scelto Armanda erano color legno anzi ripensandoci erano proprio di legno! O forse no? Forse no. La giornata non era ancora finita si tornava sempre sulla piazza rotonda per un caffè fatto con la "Napoletana" di Armanda. Al rito partecipava sempre un uomo stempiato, sinceramente non ricordo se fosse il marito, un conoscente o semplicemente un vicino di casa. Mi vide particolarmente provato per aver indossato mille modelli e di non averne poi portato a casa nessuno, tranne ovviamente quello bruttino e spinoso con cui ero venuto. Il signore dagli straccali, la camicia e gli occhiali prese una sedia e l'accosto ad una parete di libri infinita, salendo ne scelse uno di colore giallo scuro dai bordi marroncino chiaro. Il piccolo libro era richiuso in una specie di cofanetto, per leggerlo bisognava sfilarlo dal suo involucro. L'uomo gentile e misterioso mi disse che era un libro per ragazzi ma che anche gli adulti avrebbero dovuto leggere. Un vecchio libro di racconti indiani dal nome bellicoso :"Sul Sentiero di Guerra". Tra me e me pensavo "oddio speriamo che non sia il solito libro di avventure tipo quelli di Salgari perché ne ho piena la libreria e anche le palle".
Ringraziai comunque il signore per il dono anche perché a vederlo quel libro era bellissimo, pieno di disegni a mano di eroi Sioux e Apache, con i volti rugosi di capi indiani e nessun cowboy! Nessuno (ho sempre tifato per gli indiani).
Saliti sul pulman di ritorno verso casa, chiesi a mamma di darmi il libro, lo volevo leggere un po. Era tremendamente difficile farlo uscire dal cofanetto forzai quel tanto che bastò a romperne un pezzo, che nervi.  Mamma osservava in silenzio, quando incontrai il suo sguardo mi disse candidamente "non ti arrabbiare, non fa niente". Tornati a casa i giorni passavano con mamma sempre a lavoro. La sera ogni tanto tirava fuori quel panno verde, il Natale era un ricordo passato, troppa la fatica e troppo pochi i soldi per il mio Montgomery color verde desiderio svanito.
Dopo tanti anni, scrutando negli armadi ho rivisto quel panno verde con morbida lana bianca intorno. Era già rifinito in alcune parti ma ovviamente erano passati anni, decenni. Mamma si arrabbiava molto quando non riusciva a portare a termine le sue cose, quando mi vide frugare nella sua roba si rammaricò per  il suo lavoro mai finito, io le dissi subito "non ti arrabbiare non fa niente" Scoppiammo a ridere. Poi come tutte le cose il mio Monco-Gomery è finito in qualche cassetto dimenticato da Dio e da tutti come del resto il libro sugli indiani di Charles Hamilton così si chiamava l'autore.
Pochi giorni fa mentre tutte le certezze di una vita si sbriciolavano di fronte alla malattia di mia madre, sono venuti dei parenti da Tarquinia: Tiziano, con suo figlio Carlos, bellissimo, moro, un po magrolino ma giusto per essere una saetta tra i tavoli e le sedie. Mamma pur se provata fortemente dalla malattia staccava sorrisi per tutti. Nell'entusiasmo del momento mio fratello prese da qualche parte, ancora non ho capito dove, un libro di colore giallo appassito dai bordi marroni e lo porse come dono a Carlos. In quell'istante, magnifico, è stato come tornare indietro nel tempo. Carlos ero io che ricevevo in dono un libro di storie d'indiani e niente cowboy. Chiesi per un istante di poterlo di nuovo sfogliare, nel tiralo fuori venne subito giù quel pezzo del libro rotto 40 anni prima. Massimo, mio fratello, butto giù una dedica per Carlos, la cosa mi diede un po fastidio ma nessuno riusci a capire il mio cambio d'umore. Col tempo ho imparato anche a mentire, a nascondere i miei veri sentimenti a dire qualche piccola bugia, altre volte ho inghiottito rabbia dentro di me per aver mentito spudoratamente a mia madre e per questo mi maledirò per il resto della mia vita.  Ma mamma sapeva sempre quello che provavo, riusciva sempre a carpire la verità, anche se era nascosta dietro alla bugia più grande e dolorosa che ricordo di averle detto. Pur non avendo le forze nemmeno per star dritta in quell'istante mentre restituivo a Carlos il suo libro, mamma Ovidia mi guardò teneramente e ridendo mi disse "non ti arrabbiare, non fa niente".


CIAO mamma 

giovedì 12 giugno 2014

Brasile Day 5 - Il primo Match





L'esordio al mondiale. Tappa fondamentale e tremendamente complicata. Ho dormito poco, malgrado avessi calcolato tutto: l'aria condizionata spenta (una cella frigorifera incontrollabile) il pass sulla sedia, il vestito delle grandi occasioni (tshirt, Jeans e felpa con cappuccio) e due pastiglie di digestivo. Non si sa mai cosa può accadere. Anche perché di cose ne sono capitate parecchie la più terrificante è stata la perdita di uno degli apparati cardine di una regia moderna: la matrice digitale. un monolito di 400 chili pieno di cavi circuiti e tecnologia che regola i flussi di tutti i segnali video. il cuore della macchina ha smesso di funzionare evaporando l'ultimo battito in una fiammella di fumo maleodorante. 


Di solito Pigi Giustina, un grande tecnico della Rai, mi saluta sempre con un amichevole:"cosa c'è fratello". Oggi è sfuggente, tirato; deve far partire un motore a colpi di bypass e ho paura ad avvicinarmi.  Temo un commento tipo "sparisci fratello" "non essere il mio fardello" oppure "fratello cosa?!?". Me lo immagino mentre suda e lancia occhiatacce, con una canzone nella testa tipo "mio fratello è figlio unico" di Rino Gaetano. E bravo Piiiiiigi.

Giustina è un tipo a posto, occhi piccoli nascosti da un paio d'occhiali quadrati, una fronte adeguatamente spaziosa per far posto ad una bella dose di materia pulsante e che non fonde mai. È in questi momenti che capisci quanto sia distante un intelligenza artificiale da quella umana. Pigi batte il monolito 2-0 e si va in onda, il Giustina mi guarda, sorride e mi fa:"cosa c'è fratello?". Rispondo con un todo bein arroccato, mentre nella testa batte la più bella canzone di Rino Gaetano.

domenica 8 giugno 2014

Brasile 2014 - Il D-DAY

Sono mesi che giro preoccupato al pensiero di questa data: 7 Giugno 2014, se fosse un operazione militare sarebbe il D Day. E invece è solo la mia data di partenza verso un ennesima follia: il mondiale di calcio in Brasile. Il D Day è oggi e mi ha colto impreparato come al solito, come in fondo accade tutte le volte che parto. Sono sospeso a 10.000 metri dal Mondo mentre affronto un viaggio scomodissimo. Mi gratto la testa perché è l'unica cosa a portata di mano, stretto come tutti del resto, affronto questo salto nel buio più assoluto. La sensazione è strana, mi sento come un soldato pronto allo sbarco sulla spiaggia di una nuova Normandia, le date quasi coincidono, giorno più,  giorno meno. Mancano 3 ore allo sbarco ma le perdite sono tantissime: molti colleghi-amici sono rimasti a casa per i tagli imposti dalla dirigenza e la sensazione d'impotenza sale ogni minuto. Vorrei grattarmi un piede, quello destro in particolare, impossibile arrivarci. La compagnia aerea ha messo in vendita qualsiasi cosa su questo volo per Rio, un posto in corridoio vale 80 euro in più del prezzo pattuito, tempi moderni. Che poi di moderno c'è poco, pochissimo. Sembra più un salto nel passato remoto. Giusto 20 anni fa affrontavo la traversata verso il mio primo mondiale, quello degli Stati Uniti. Anche lì eravamo in piena austerity: 2 soli montaggi al seguito della Nazionale e due per le altre partite. Di quel mondiale non ricordo molto, anche perché dal punto di vista lavorativo è stato disumano e temo che questo sarà peggio. Non voglio fasciarmi la testa prima del previsto ma questa è la sensazione. Mi guardo intorno e vedo poche,  pochissime facce conosciute, il resto è silenzio e odore di pedalini morti. Il tempo scorre in fretta solo quando non ci pensi. Ho alla mia sinistra un armadio di brasiliano che russa come un mandrillo stanco, molto stanco e  ogni tanto molla un acuto che purtroppo è basso, molto basso. Sono l'unico scemo che è sveglio, ma ormai è così, immerso nella nebbia di questo napalm di mandrillo brasiliano dormiente. Odio l'odore del napalm la mattina. L'intrattenimento è scarso e il visore è troppo vicino alla mia faccia, sono presbite (oramai sig) e gli occhiali sono nella borsa. Sto vedendo un film di guerra tanto per rimanere in tema, film fatto male e girato peggio, eppure ci lavora George Cloney... forse è questa la discriminante, what else? Alla mia destra c'è una signora che ad ogni mio movimento s'incazza sempre più.  Non so come faccia ma riesce a fare la faccia imbronciata anche ora che sta dormendo. Forse anche lei sta affrontando un D Day. E forse anche lei non aveva tanta voglia di esserci. E l'aereo atterra.

mercoledì 30 aprile 2014

20 anni dopo


Abbiamo una mente speciale e complicatissima. Abbiamo il dono di ricordare le cose più futili e dimenticarne altre importanti. Ma ci sono dei ricordi che sono come delle cicatrici. A volte dimentichiamo tutto, a volte tutto riaffiora. Basta passarsi una mano tra capelli, mentre ci si sistema al meglio davanti alla propria immagine che invecchia, per scoprire una ruga sulla fronte, una ferita che riaffiora, un dolore mai sopito. Sarà che ho la faccia piena di segni anche se non ho mai tirato un pugno, ma certi giorni me li ricordo bene.
Si nasce arrabbiati, piangenti, i nostri volti appena nati sono pieni, di curve. La fronte dei neonati è increspata come il mare in tempesta. Sembra quasi che nei primi istanti di vita, l'essere umano conservi tutti i ricordi di una esistenza precedente, ma poi bastano pochi istanti e il volto dei bimbi si distende e si rilassa, la pelle si schiarisce e ogni neonato assume il volto di un angelo e si dimentica tutto. Si cresce senza averne la coscienza, si assume un aspetto invece che un altro, il carattere è formato a sei anni. 

Non abbiamo memoria di quello che accade fino a quando non si possiede la prima bici, perché? Perché la bici ci permette per la prima volta di andare oltre il proprio corpo, di viaggiare oltre le proprie capacità. Una bicicletta possiede il dono di estendere il proprio io oltre la pelle e le ossa e ognuno di noi ricorda la prima volta che ha tolto le rotelle e ha cominciato ad andare, pedalando. Non ci si ferma più, ogni giorno s'impara una cosa nuova e non sempre si apprende qualcosa viaggiando, ma cadendo. Ora se passo le mani sulle ginocchia, sento ancora le botte subite mentre si rincorreva un amico, oppure imitando un campione allo sprint, quelle cicatrici rimangono scolpite nella memoria, anche se non si riesce più a vederle, ci sono sempre e lentamente cambiano il proprio modo di camminare, di essere, di vivere. La vita poi non si ferma certo tra i raggi di una bici e cominci a rincorrere il desiderio di una moto o addirittura una macchina da corsa. L'istinto di andare più veloce c'era in tutti i ragazzi della mia età. Non esistevano piste di kart e non c'era l'esigenza di correrci, anche perché non c'era il becco di un quattrino per spese normali, figuriamoci per quelle pazze. La pazzia si poteva solo vedere in TV la Domenica pomeriggio, Riuniti in una sala da pranzo immacolata, si seguiva il Gran Premio di Formula 1. Ricordo bene l'emozione nel vedere sfrecciare le vetture, i campioni di quel tempo avevano nomi affascinanti, Reutemann, Peterson, Andretti, Lauda, Hunt e Scheckter. Poi un giorno arrivo un pilota che spacco il televisore di famiglia, entrando prepotentemente nelle case di ognuno e nelle vene di qualsiasi adolescente. 



Gilles Villeneuve entrò in casa mia proprio negli anni giusti, ne avevo undici. Con gli amici costruivamo carrette che gettavamo senza freni per una discesa. Per me fu uno shock vedere un ragazzo talmente pazzo da correre sopra ogni cosa oltre ogni ostacolo, le curve non esistevano e usciva sempre incolume da incidenti pazzeschi. L'idea che mi sfiorava continuamente di Villeneuve era sempre la stessa: se guida in quel modo una Formula 1, da ragazzo, come diavolo portava la sua bici? Non sapevo nulla dell'infanzia di Villeneuve, sapevo che veniva dal freddo, immaginavo solo che avesse imparato prima a guidare una motoslitta che a pedalare. Così, con la mente ancora offuscata dalle gesta di un ragazzo canadese andavo col mio carrozzino sulla cima di una collina. Ovviamente la strada non era asfaltata, le carrette erano fatte di quello che si trovava o si rubava. Di solito montavano direttamente le ruote di quei passeggini da neonato. 

L'inglesina era la carrozzina più ricercata e molto spesso non si poteva aspettare che le mamme buttassero i loro passeggini. C'era una vera caccia nei quartieri della mia città,  tant'è che molte madri erano costrette a portare i propri passeggini su per le scale per non rischiare di rimanere senza ruote. Era fine Maggio quando salì sopra quella carrettella dal telaio improbabile, fatto di tavole rubate nella notte,  chiodi e corde da cantiere, gommato inglesina e la sedia di un bar come abitacolo. 
Gilles Villeneuve aveva appena vinto il Gp di Montecarlo e io calai sul viso il casco che non c'era, sistemai i miei guanti invisibili e gonfio di adrenalina mi gettai per la discesa. La sensazione d'invincibilità durò il tempo di un battito di ciglia, capii che qualcosa era andato storto quando vidi parte del carrozzino che si allontanava dai miei piedi puntati sull'asse dello sterzo impazzito. Senza rendermene conto mi ritrovai oltre la strada, in mezzo a dei rovi il corpo pieno di graffi, il sorriso da ebete di chi ha appena sfiorato la vita affrontando l'impossibile e la canzone in testa "può volar" di Peter Pan. Avevo deciso, non so come o quando ma sarei andato in Formula 1. La cronaca di quei tempi era piena di piloti che finivano la propria vita oltre una curva. Villeneuve era soprannominato l'aviatore proprio perché più di una volta si era ritrovato a sorvolare i circuiti per incidenti catastrofici. L' otto Maggio del 1982 stavo guardando il tg1, la notizia arrivò verso la fine, Villeneuve oltre la pista, un immagine che ancora oggi è parte dei miei mal di testa più dolorosi, come una ferita aperta, una cicatrice alle ginocchia. Non era possibile, non ci volevo credere. Gilles per molti era un eroe e gli eroi si rialzano sempre. Invece. 
Gli anni passano in fretta come le stagioni di Formula 1. Ormai il paragone era sempre quello, ad ogni sorpasso si diceva sempre "se c'era Villeneuve avrebbe fatto meglio". Rosberg non mi piaceva, Prost era una noia, per fortuna che c'era Piquet, ma solo per le interviste. Gli italiani, lasciamo stare. Era tutto normale, tutto catalogato. Al punto che non c'era più la voglia di seguire le gare, tranne Montecarlo e la pioggia, ovviamente. 

Dal diluvio del 1984 esce un pilota a dir poco straordinario, un genio dell'impossibile. E per me l'impossibile era Villeneuve. Senna traccia la fine della vecchia formula 1 e la nuova era dei motori, e lo fa a bordo di una Toleman, mica su una Ferrari. Senna cambia il modo di affrontare le curve, cambia l'approccio con i tecnici ai box, anche le interviste vengono stravolte dalla presenza di Senna. Sognavo un giorno di poterlo incontrare, lui comincia a vincere dovunque, pole position impossibili e sorpassi indimenticabili. La Lotus nera diventa una Icona nelle sue mani. 
E poi arrivano i mondiali con la Mclaren e le sfide sempre più accecanti con Prost. Io intanto vengo assunto in Rai, sfioro più volte il sogno di seguire la Formula 1 nel 1991 ma ancora non è il momento. Intanto in Belgio esordisce un giovane tedesco, Michael Schumacher. Sinceramente non mi piace, è velocissimo e va bene, ma il mio idolo è Senna. il 92 e 93 è un anno del cavolo, le vetture sono tremendamente complicate, l'elettronica fa da padrone, vince il mondiale prima Mansell e poi l'odiato Prost che beffa Senna grazie ad una Williams che assomiglia più ad un androide con le ruote, che ad una vettura da corsa.
Nel 1994 mi ritrovo a fare il tecnico per la Testata Sportiva ma in sede a Saxa Rubra. Senna corre con la Williams che però non è più zeppa di congegni elettronici. La vettura da battere è la Benetton di Michael Schumacher che vince i primi 2 Gran Premi della stagione. Arriva il Gp di Imola, c'è l'idea di mandarmi sul posto, ma alla fine mi tengono a Roma per la solita routine, che rabbia. Il Venerdi è già caos, Barrichello rischia la vita saltando su un cordolo. Il Sabato è drammatico, Ratzenberger perde un pezzo della propria auto lungo il rettilineo che porta alla curva della Tosa. L'impatto è violentissimo non c'è niente da fare, muore sul colpo. La Domenica vado a mensa presto per seguire il Gran Premio in diretta: La partenza è drammatica, Pedro Lami centra la vettura di JJ Leto ferma al via, c'è la safety car, feriti in tribuna per una gomma impazzita, mi domando, cos'altro può accadere? C'è la ripartenza, Senna è primo Schumacher secondo, la regia decide di seguire l'arrivo al Tamburello dal cameracar del tedesco. C'è una scintilla prima della curva, la macchina di Senna scarta verso destra, io non ci credo, l'inquadratura successiva è pezzi d'auto che volano via e la macchina di Ayrton che rimbalza verso la pista. Tutto il resto è una attesa segnata.

Abbiamo una mente speciale e complicatissima. Abbiamo il dono di ricordare le cose più futili e dimenticarne altre importanti. Ma ci sono dei ricordi che sono come le cicatrici da bambino. A volte dimentichiamo tutto, altre volte tutto riaffiora. Basta passarsi una mano tra capelli, mentre ci si sistema al meglio davanti alla propria immagine che invecchia, per scoprire una vecchia ruga sulla fronte, una ferita che riaffiora, 20 anni dopo.