Ennesimo volo perso, più uno viaggia e più si abitua a sbagliare. E tutto diventa normale nell'accettare, con calma e rassegnazione, l'impossibilità di essere precisi come una volta. Sembra quasi che vada a cercare questi ritardi mostruosi, fatti di check-in alla baionetta, saltando le file, distraendo cinesi al controllo bagagli per infilarsi in mezzo a due signore che, come me, sono in ritardo mostruoso. Volo Roma Catania delle 8:30, mi presento fresco come una rosa appassita al banco dell'Alitalia alle 8:20 e chiedo con leggerezza serafica se posso avere un corridoio; la hostess sembra conoscermi, o almeno riconosce in me uno stereotipo cinquantenne di maschio grigio fuso. Dopo aver più volte guardato il suo collega alla sinistra, mi spara contro violentemente carta, documenti e e sorrisisi e mi spedisce alla biglietteria, è ufficiale: ho perso il volo.
Al ticketing si cambia strategia e faccia: da volto esperto abituato al ritardo, si passa ad una viso da missionario impaurito che ha perso la sua chiesa in Congo, l'approccio è fondamentale, qui ci si rimettono i piccioli, come dicono a Catania. Pronuncio le prime parole con faccia triste e bocca semichiusa, sembra quasi che stia chiedendo la carità; qui l'esperienza la fa da padrone da entrambi i lati del tavolo; la bella signora in abiti della compagnia di bandiera sa il fatto suo, alza lo sguardo al momento meno opportuno proprio quando abbandono il missionario che è in me e riprendo il volto del furbetto del quartierino (che non è in me) e dice: "c'è una penale da pagare". Che volgarità penso io, il vil danaro ripara tutte le cazzate, pago con disinvoltura buttando la mia carta "Flexia" di nome e di fatto: è cosi mal ridotta da sembrare lo strato di cheddar che separa gli hamburger dall'insalata. La donna in attesa dietro di me è disgustata da tanta supponenza e sciatteria, ha la mano che sembra uscita da uno scrigno di un galeone di pirati, ha più pietre preziose che denti e un ghigno tipico di chi non sa aspettare. La sua "carta oro business golden pass" è cosi magnifica che avrebbe il diritto di calpestarmi, è così affilata da tanti viaggi esotici da sembrare tagliente come la scimitarra di Hattori Hanzō, il suo nome è un film in presa diretta: si chiama Beatrice guarda il caso! Ma non mi sarei sorpreso se si fosse chiamata Black Mamba sul suo passaporto diplomatico. Pago tutto, ho sempre pagato i miei sbagli, sono di nuovo in fila per spedire la valigia. Ora posso assumere con disinteresse qualsiasi volto, ho la carta d'imbarco sulla mano destra e due valige da nascondere come bagaglio a mano, faccio sempre incazzare tutti al controllo bagagli, è il mio dono di cui vado più fiero. Allo sportello c'è ora un giovane ragazzo che appena guarda la mia carta d'imbarco sobbalza e sorride di gusto e penso: ecco un'altro testa si cazzo che mi fa battute sul cognome; il giovanotto, ancora con un'emozione da poco tra le labbra timide, attacca le sue pecette alla valigia e restituendomi il passaporto mi spiazza con queste reali parole: "SIGNOR SALTAMERENDA È UN ONORE CONOSCERLA PERSONALMENTE, VEDO TUTTI I SUOI LAVORI"; li in quell'istante mi soffermo cercando di far durare quel misero secondo di celebrità eterno; butto via tutte le mie maschere, lo ringrazio con un sorriso aperto e uscendo dalla biglietteria rifletto veramente, profondamente, pacatamente.... su quante persone siano totalmente irrecuperabili a causa dell'esposizione prolungata a programmi televisivi di basso spessore ai quali collaboro a farli peggio del dovuto. Arrivo al gate giusto in tempo per chiudere la lista dei partenti, guardo il numero del mio posto e sono sorpreso: sono in Business! (Devo tenere a mente la faccia da francescano sperduto, alla fine ha prodotto un bel risultato). Mi siedo vicino ad un businessman di poche parole, aspetto con curiosità che succeda qualcosa prima della partenza per Catania, succede sempre qualcosa prima di partire. Lo Stewart annuncia qualche ritardo per un passeggero in attesa d'imbarco, penso: che scocciatura, quando è toccato a me di essere in ritardo l'aereo è partito, chi cavolo può essere questo personaggetto da fermare il tempo e il volo?
Sono contrariato, aspetto con curioso nervosismo il VIP di turno che blocca il Mondo, che palle! Poi una distrazione, un colpo di ciglia di troppo e perdo l'attimo e la mascella, E LEI È PROPRIO LEI! La mia musa, l'attrice dei miei sogni più dolci! Sembra impacciata ma non è una novità chiede aiuto disperatamente, qualcosa non va. Credo di aver visto tutti i film di Margherita Buy, ho sempre sognato di conoscerla, di toccarla, di bacciarla... ebbene si, lo confesso; ora è di fronte a me, un posto avanti al mio, sul corridoio, è così vicina da poterne sentire il profumo e la tristezza, decisamente c'è qualcosa che non funziona, è troppo agitata per essere così, proprio come nei suoi film. Prima del decollo si affannano le hostess da lei per dei sorrisi di circostanza, la cosa non mi piace, ho le farfalle nello stomaco ma non è amore. È successo sicuramente qualcosa di drammatico che spezza completamente la mia curiosità di parlare con lei, resto in silenzio, allaccio la cintura e mi incupisco. Una signora si avvicina all'attrice che amo di più al mondo, le sussurra qualcosa all'orecchio, la consola sfiorandole un braccio e tutto torna più sereno. Il pilota annuncia la partenza imminente, controllo la cintura, lo schienale, chiudo il tavolino e butto uno sguardo oltre il mio sedile. Lei è lì indifesa e sola e non capisco cosa si porta dietro nei suoi pensieri su questo volo che, sicuramente avrebbe fatto di tutto per non esserci. Certe volte la vita è strana e il tempo è il nostro avversario peggiore: si prende gioco di noi, ci umilia e quando cominciamo a detestarlo per tutti gli attimi perduti ci fa sentire di nuovo vivi e immortali. Certe volte perdere un volo può diventare un esperienza unica e certe volte prendere un volo può essere maledettamente doloroso.
Skipsnacknote
giovedì 29 settembre 2016
Losing flights
martedì 3 maggio 2016
Sliding Doors
Sono terrorizzato da sempre dall'idea di volare ma ormai ho viaggiato su qualsiasi carretta dei cieli e la paura dura il tempo del decollo, ma questo 737 rievoca una serie infinita di film anni 90, tutti catastrofici ovviamente. Do un'occhiata alla porta d'ingresso dell'aereo, è lì che ogni bara volante nasconde giorno, mese, anno di costruzione, mi viene voglia di scendere, è così vecchio da avere ancora i loghi dell'Urss. Mi sistemo al 7c, sembra proprio che sia l'unico italiano qui intorno, ho voglia di andarmene e se scendessi veramente? Troppo tardi l'aereo ha acceso i motori e la porta si chiude a pochi metri da me, una hostes mi vede nervoso, mi dice qualcosa in russo , penso: sono davvero combinato male! Male che vada però, come dico sempre ogni volta che metto le ali alla valigia , una volta su si torna sicuro giù; bisogna solo capire come, a me piace cadere con stile, come Buz lighter, come nei cartoni. Sono in volo su un cielo pieno di nubi a bordo di un Boeing e penso a quante volte per un dettaglio, un ritardo, un brusco risveglio , la vita cambia il suo corso, destino?
Come nel film Sliding Doors dove la protagonista Helen (Gwyneth Paltrow) perde per pochissimo il solito appuntamento col metrò, le porte del treno si chiudono davanti a lei e la sua vita cambia di colpo. Questo viaggio è il proseguimento esatto di quello che sarebbe accaduto 6 mesi fa, se non avessi poi rinunciato di partire per Sochi, come nel film, è la seconda opzione che rivive Helen quando entra nella metro. Sono euforico, ma dura poco, il sedile è bloccato provo con tutta la forza, niente e proprio incastrato, leggo un po, poi arriva il pranzo. Direi senza ombra di dubbio che il pasto è una delizia, se dovessi giudicarlo da come lo mangia il mio vicino: il cibo, è tutto di un colore pallido e insapore. Oddio il sapore c'è ma appartiene a qualcosa di alieno, sembra carta da parati per la panna o colla che copre tutto, no, non ce la faccio; chiedo un caffè, si può avere un caffè? C'è un po di turbolenza, allaccio di nuovo la cintura di sicurezza e sbircio i miei vicini intenti a leggere giornali curiosamente simili a quelli scandalistici inglesi come il Daily Mirrors; sono pieni di foto assurde, c'è addirittura una tartaruga che parla in cirillico ovviamente. e talmente trash da fare invidia all'ultima pagina del glorioso Grand Hotel, la ricordate? Era favolosa!
La mia amica, alla quale sto dedicando questa storia, comprava sempre Grandhotel; i titoli erano tipo "GATTO INFEROCITO GETTA IL PADRONE DAL SESTO PIANO" e la descrizione a disegni era di una drammaticità così estrema da essere comica, come questa tartaruga parlante. Non resisto, scatto una foto. L'aereo è strapieno di gente normalmente assonnata, c'è chi parla, chi dorme e c'è chi scrive qualcosa e sembra così contento di farlo, ma come fa? Mistero. Mistero o magia sono arrivato a Mosca la città dalle mille battaglie e rivoluzioni, che ha dato i natali a tanti filosofi e grandi uomini del passato. È la seconda volta che atterro all'aeroporto di Šeremet'evo ed è come la prima volta: non vedo niente, c'è poco tempo e non trovo il gate giusto per Sochi, sono nervoso. Penso, e se perdessi il volo? Se all'arrivo al gate la porta fosse chiusa, come cambierebbe questo viaggio? Alla fine siamo continuamente alla mercè di porte che si aprono e si chiudono continuamente, cambiando in maniera inesorabile il destino di chi le attraversa o ci sbatte contro. Per adesso sbatto solo contro i carrelli di due amici di viaggio: Daniele ed Ettore in volo da Milano e diretti anche loro a Sochi, non sono più solo, sarà contenta la mia amica! Mi ha detto mille volte la stessa frase:"viaggi solo? Ma come fai?" Certe volte si sta cosi bene da soli, ma ce ne accorgiamo sempre quando soli non siamo. È una sorta di nostalgia schizofrenica perché vale anche al contrario, non ci da pace.

Domenica tutto tace, sono il primo ad arrivare al circuito, è sempre così ad ogni gp, mangio una banana e prendo un caffè, purtroppo lo faccio contemporaneamente. Vettel parte settimo e va subito tutto male, viene tamponato due volte dallo stesso pilota, roba che se fosse successo in strada tra due comuni mortali, il CID avrebbe assunto i connotati di una commedia di Monicelli. È proprio vero: se Vettel non avesse sostituito il cambio forse avrebbe vinto e sicuramente il Russo Kvyat non l'avrebbe speronato due volte, ancora delle Sliding Doors. la gara è appena iniziata ed è gia finita potrebbe essere una canzone da strimpellare stasera dopo il lavoro, ma sono stanco, appena riesco a scappare dal circuito vado a nanna, lo giuro. Il Gp lo vince Rosberg saluto tutti e vado in Hotel, a letto senza cena, come i bimbi cattivi.
Sono ansioso di tornare a casa e chiudere finalmente il cerchio e questa storia, l'avevo promesso ad una amica. La promessa in verità era che, al mio ritorno, le avrei raccontato tutte queste cose, ma come ho detto all'inizio, una telefonata mi ha impedito ad Ottobre, il 6 Ottobre di farlo. Mi mangio le mani al pensiero di quella telefonata alle 4:17 di un Martedì pieno di nubi e pioggia, se solo non l'avessi ricevuta forse sarebbe cambiato tutto, maledico le Sliding Doors.martedì 1 dicembre 2015
Come l'Everest
20 Settembre 21 Settembre
Il giorno del mio compleanno arrivano gli auguri da tutte le parti ma io ho poco da festeggiare, ho solo bisogno di sapere quando potrò iniziare la salita. Io e il Capo Missione siamo andati di nuovo alla Tenda Rossa ma non ci dicono quando potremmo affrontare l'Everest.

Il Capo Missione sta male, non si muove bene, continua a sorridere ma è solo per non farmi sentire peggio di come sto adesso. Gli altri della spedizione sono agitatti, cominciano a dubitare che la strada verso l'Everest sia quella giusta, non hanno fiducia di chi decide alla Tenda Rossa, mi sento l'unico ad essere lucido, ho già in mente cosa fare
e dove passare, ma vedo chiaramente che nessuno mi ascolta.
23 Settembre
Cominciano i primi sintomi di sbandamento del gruppo alcuni provano a disegnare nuove vie ma il tratto è incerto e si vede benissimo che porta al crepaccio più vicino. Ho bisogno di un posto caldo. Non ho voglia di parlare con nessuno.



E' stata una notte difficile ma anche positiva. Sono stato accovacciato vicino al Capo Missione e ho continuato a parlargli senza interruzione. Ho passato tutto il tempo massaggiando la sua schiena facendo pressione su un punto in particolare. La spedizione è al completo sono arrivate nuove attrezzature: una imbragatura per il sostegno alla schiena e un carrello sollevatore, ma il capo non è più molto presente.
Alcuni alpinisti cominciano a manifestare forti dubbi sulle direttive delineate dal personale della Tenda Rossa. I più anziani del gruppo hanno chiamato un esperto ma io vengo a saperlo solo dopo che, questa specie di guru delle scalate, ha fatto visita al nostro Capo Missione. Sono arrabbiato ho voglia di mollare tutto. L'esperto si rivela per quello che è: un risolutore spietato. Non sa nulla di viaggi in alta quota ma disegna una nuova strada che secondo lui permette di evitare la neve e il freddo pungente. Faccio notare agli alpinisti anziani che già ci sono passato per quella via e che alla fine ho perso una persona cara facendo quella stessa strada ma nessuno mi ascolta, tranne i soliti tre amici dagli occhi azzurri.

6 Ottobre
Non riesco a dormire, lo sguardo assente del capo missione mi perseguita, provo a sfogliare un libro di Grossman che è sempre vicino al mio letto. Le pagine scorrono più veloci della notte, ho già letto quel libro cento volte. Ogni tanto lo sguardo fugge dalle pagine e precipita sotto la luce fioca della lanterna, il telefono satellitare e lì pronto a squillare. L'unica domanda che mi sto ponendo e a che ora suonerà per darmi il colpo di grazia?
Sono le quattro di mattina fa freddo e consumo le ultime pagine del libro in attesa dell'inutile sveglia pronta a suonare mezz'ora dopo. Guardo di nuovo sotto la lanterna, il telefono non squilla ma ero certo che sarebbe accaduto! Non posso partire con lo zaino pieno di rimorsi, non posso scappare in questo modo. Mi alzo e aspetto ancora un poco guardando fisso il telefono. Sono le 4:17 il libro è finito e mi commuovo un altra volta pensando a quanto amore avesse Grossman per il suo Cerbiatto smarrito. Quant'è l'amore di un padre per il proprio figlio? Provo ad immaginare il mio amore e il suo e mi accorgo che non c'è misura che possa contenerli entrambi.
Alle quattro e diciotto di mattina squilla il telefono, appena lo porto all'orecchio sento il vuoto che anticipa la notizia e già sono in strada verso il Campo Base. Arrivo al capezzale del Capo Missione, ho il volto devastato dal pianto e non riesco a trattenermi. Il grande capo è lì disteso al freddo di un alba ancora troppo lontana. Mi avvicino e lo abbraccio forte cercando di preservare quel suo tepore che di li a poco sparirà. Lo bacio sulla fronte ancora umida ed è come bere dalla fontana della vita per l'ultima volta, la stessa da cui mi sono dissetato fin dal primo respiro.
Sono le sette di mattina, l'aereo per Sochi e appena decollato ed io sono qui fermo al Campo Base. Sono passati solo sei giorni da quando la tenda rossa ha dato il via libera per la scalata all'Everest ed io sto mettendo l'ennesima croce sull'ennesimo mio fallimento, il più grande di tutti. Chiudo questo diario sapendo poi di doverlo riaprire prima o poi perché l'Everest è sempre lì pronto a sfidarmi un altra volta.
giovedì 8 ottobre 2015
Ciao mamma.
Tra i ricordi più dolci di mia madre, proprio adesso, un giorno di tanti anni fa.CIAO mamma
giovedì 12 giugno 2014
Brasile Day 5 - Il primo Match

domenica 8 giugno 2014
Brasile 2014 - Il D-DAY
Sono mesi che giro preoccupato al pensiero di questa data: 7 Giugno 2014, se fosse un operazione militare sarebbe il D Day. E invece è solo la mia data di partenza verso un ennesima follia: il mondiale di calcio in Brasile. Il D Day è oggi e mi ha colto impreparato come al solito, come in fondo accade tutte le volte che parto. Sono sospeso a 10.000 metri dal Mondo mentre affronto un viaggio scomodissimo. Mi gratto la testa perché è l'unica cosa a portata di mano, stretto come tutti del resto, affronto questo salto nel buio più assoluto. La sensazione è strana, mi sento come un soldato pronto allo sbarco sulla spiaggia di una nuova Normandia, le date quasi coincidono, giorno più, giorno meno. Mancano 3 ore allo sbarco ma le perdite sono tantissime: molti colleghi-amici sono rimasti a casa per i tagli imposti dalla dirigenza e la sensazione d'impotenza sale ogni minuto. Vorrei grattarmi un piede, quello destro in particolare, impossibile arrivarci. La compagnia aerea ha messo in vendita qualsiasi cosa su questo volo per Rio, un posto in corridoio vale 80 euro in più del prezzo pattuito, tempi moderni. Che poi di moderno c'è poco, pochissimo. Sembra più un salto nel passato remoto. Giusto 20 anni fa affrontavo la traversata verso il mio primo mondiale, quello degli Stati Uniti. Anche lì eravamo in piena austerity: 2 soli montaggi al seguito della Nazionale e due per le altre partite. Di quel mondiale non ricordo molto, anche perché dal punto di vista lavorativo è stato disumano e temo che questo sarà peggio. Non voglio fasciarmi la testa prima del previsto ma questa è la sensazione. Mi guardo intorno e vedo poche, pochissime facce conosciute, il resto è silenzio e odore di pedalini morti. Il tempo scorre in fretta solo quando non ci pensi. Ho alla mia sinistra un armadio di brasiliano che russa come un mandrillo stanco, molto stanco e ogni tanto molla un acuto che purtroppo è basso, molto basso. Sono l'unico scemo che è sveglio, ma ormai è così, immerso nella nebbia di questo napalm di mandrillo brasiliano dormiente. Odio l'odore del napalm la mattina. L'intrattenimento è scarso e il visore è troppo vicino alla mia faccia, sono presbite (oramai sig) e gli occhiali sono nella borsa. Sto vedendo un film di guerra tanto per rimanere in tema, film fatto male e girato peggio, eppure ci lavora George Cloney... forse è questa la discriminante, what else? Alla mia destra c'è una signora che ad ogni mio movimento s'incazza sempre più. Non so come faccia ma riesce a fare la faccia imbronciata anche ora che sta dormendo. Forse anche lei sta affrontando un D Day. E forse anche lei non aveva tanta voglia di esserci. E l'aereo atterra.
mercoledì 30 aprile 2014
20 anni dopo

Abbiamo una mente speciale e complicatissima. Abbiamo il dono di ricordare le cose più futili e dimenticarne altre importanti. Ma ci sono dei ricordi che sono come delle cicatrici. A volte dimentichiamo tutto, a volte tutto riaffiora. Basta passarsi una mano tra capelli, mentre ci si sistema al meglio davanti alla propria immagine che invecchia, per scoprire una ruga sulla fronte, una ferita che riaffiora, un dolore mai sopito. Sarà che ho la faccia piena di segni anche se non ho mai tirato un pugno, ma certi giorni me li ricordo bene.
Si nasce arrabbiati, piangenti, i nostri volti appena nati sono pieni, di curve. La fronte dei neonati è increspata come il mare in tempesta. Sembra quasi che nei primi istanti di vita, l'essere umano conservi tutti i ricordi di una esistenza precedente, ma poi bastano pochi istanti e il volto dei bimbi si distende e si rilassa, la pelle si schiarisce e ogni neonato assume il volto di un angelo e si dimentica tutto. Si cresce senza averne la coscienza, si assume un aspetto invece che un altro, il carattere è formato a sei anni.
Non abbiamo memoria di quello che accade fino a quando non si possiede la prima bici, perché? Perché la bici ci permette per la prima volta di andare oltre il proprio corpo, di viaggiare oltre le proprie capacità. Una bicicletta possiede il dono di estendere il proprio io oltre la pelle e le ossa e ognuno di noi ricorda la prima volta che ha tolto le rotelle e ha cominciato ad andare, pedalando. Non ci si ferma più, ogni giorno s'impara una cosa nuova e non sempre si apprende qualcosa viaggiando, ma cadendo. Ora se passo le mani sulle ginocchia, sento ancora le botte subite mentre si rincorreva un amico, oppure imitando un campione allo sprint, quelle cicatrici rimangono scolpite nella memoria, anche se non si riesce più a vederle, ci sono sempre e lentamente cambiano il proprio modo di camminare, di essere, di vivere. La vita poi non si ferma certo tra i raggi di una bici e cominci a rincorrere il desiderio di una moto o addirittura una macchina da corsa. L'istinto di andare più veloce c'era in tutti i ragazzi della mia età. Non esistevano piste di kart e non c'era l'esigenza di correrci, anche perché non c'era il becco di un quattrino per spese normali, figuriamoci per quelle pazze. La pazzia si poteva solo vedere in TV la Domenica pomeriggio, Riuniti in una sala da pranzo immacolata, si seguiva il Gran Premio di Formula 1. Ricordo bene l'emozione nel vedere sfrecciare le vetture, i campioni di quel tempo avevano nomi affascinanti, Reutemann, Peterson, Andretti, Lauda, Hunt e Scheckter. Poi un giorno arrivo un pilota che spacco il televisore di famiglia, entrando prepotentemente nelle case di ognuno e nelle vene di qualsiasi adolescente.
Gilles Villeneuve entrò in casa mia proprio negli anni giusti, ne avevo undici. Con gli amici costruivamo carrette che gettavamo senza freni per una discesa. Per me fu uno shock vedere un ragazzo talmente pazzo da correre sopra ogni cosa oltre ogni ostacolo, le curve non esistevano e usciva sempre incolume da incidenti pazzeschi. L'idea che mi sfiorava continuamente di Villeneuve era sempre la stessa: se guida in quel modo una Formula 1, da ragazzo, come diavolo portava la sua bici? Non sapevo nulla dell'infanzia di Villeneuve, sapevo che veniva dal freddo, immaginavo solo che avesse imparato prima a guidare una motoslitta che a pedalare. Così, con la mente ancora offuscata dalle gesta di un ragazzo canadese andavo col mio carrozzino sulla cima di una collina. Ovviamente la strada non era asfaltata, le carrette erano fatte di quello che si trovava o si rubava. Di solito montavano direttamente le ruote di quei passeggini da neonato. 
Dal diluvio del 1984 esce un pilota a dir poco straordinario, un genio dell'impossibile. E per me l'impossibile era Villeneuve. Senna traccia la fine della vecchia formula 1 e la nuova era dei motori, e lo fa a bordo di una Toleman, mica su una Ferrari. Senna cambia il modo di affrontare le curve, cambia l'approccio con i tecnici ai box, anche le interviste vengono stravolte dalla presenza di Senna. Sognavo un giorno di poterlo incontrare, lui comincia a vincere dovunque, pole position impossibili e sorpassi indimenticabili. La Lotus nera diventa una Icona nelle sue mani.
E poi arrivano i mondiali con la Mclaren e le sfide sempre più accecanti con Prost. Io intanto vengo assunto in Rai, sfioro più volte il sogno di seguire la Formula 1 nel 1991 ma ancora non è il momento. Intanto in Belgio esordisce un giovane tedesco, Michael Schumacher. Sinceramente non mi piace, è velocissimo e va bene, ma il mio idolo è Senna. il 92 e 93 è un anno del cavolo, le vetture sono tremendamente complicate, l'elettronica fa da padrone, vince il mondiale prima Mansell e poi l'odiato Prost che beffa Senna grazie ad una Williams che assomiglia più ad un androide con le ruote, che ad una vettura da corsa.
Nel 1994 mi ritrovo a fare il tecnico per la Testata Sportiva ma in sede a Saxa Rubra. Senna corre con la Williams che però non è più zeppa di congegni elettronici. La vettura da battere è la Benetton di Michael Schumacher che vince i primi 2 Gran Premi della stagione. Arriva il Gp di Imola, c'è l'idea di mandarmi sul posto, ma alla fine mi tengono a Roma per la solita routine, che rabbia. Il Venerdi è già caos, Barrichello rischia la vita saltando su un cordolo. Il Sabato è drammatico, Ratzenberger perde un pezzo della propria auto lungo il rettilineo che porta alla curva della Tosa. L'impatto è violentissimo non c'è niente da fare, muore sul colpo. La Domenica vado a mensa presto per seguire il Gran Premio in diretta: La partenza è drammatica, Pedro Lami centra la vettura di JJ Leto ferma al via, c'è la safety car, feriti in tribuna per una gomma impazzita, mi domando, cos'altro può accadere? C'è la ripartenza, Senna è primo Schumacher secondo, la regia decide di seguire l'arrivo al Tamburello dal cameracar del tedesco. C'è una scintilla prima della curva, la macchina di Senna scarta verso destra, io non ci credo, l'inquadratura successiva è pezzi d'auto che volano via e la macchina di Ayrton che rimbalza verso la pista. Tutto il resto è una attesa segnata.






